Resa dei conti a Casa Azzurri?

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Dopo l’eliminazione dell’Italia dai Mondiali di calcio in Brasile, si sono sprecati fiumi d’inchiostro per trovare il colpevole (o i colpevoli) di questa brutta figura. Il primo indicato da mettere nelle fila dei cattivi è stato Mario Balotelli, accusato praticamente di qualsiasi cosa: di non aver giocato bene, di non aver segnato, di aver portato malumore nello spogliatoio, di aver acuito le tensioni. Mancava poco che lo accusassero anche della crisi economica del Paese, e poi saremmo stati a posto. Ma subito dopo questa univoca campagna contro Balotelli, si è affermata un’altra polemica dai contorni (se possibile) ancora più stucchevoli: la diatriba ”vecchi vs. giovani”. Quasi una riedizione delle tristi polemiche innescate in politica a partire dalla rottamazione renziana.

Ci pensa Gianluigi Buffon a iniziare, invitando i giovani ad arare l’erba in Serie A, a cui risponde piccato Antonio Cassano che lamenta come i vecchi volevano decidere tutto loro, di come tendano sempre a fare la morale dividendo fra buoni e cattivi, e non risparmiando una stoccata allo stesso Buffon, ”Non bisogna dimenticare che nell’unica partita che abbiamo vinto, mi pare che Buffon non ci fosse”.
Ora: pessima l’uscita polemica di Buffon, soprattutto perché è il capitano della nazionale e in minimo più di diplomazia sarebbe stato il minimo, ma la replica di Cassano è altrettanto infantile. Com Buffon avremmo perso? Avremmo perso perché era un vecchietto? Eppure di vecchietti ne avevamo in campo, e abbiamo vinto. Sembrano due bambini che si litigano la merenda.

Tornando a Buffon, un po’ ipocrite sono queste sue parole: ”Sento dire dal 2010 che l’Italia è vecchia. Se un giovane ha il talento per diventare un campione, non lo mando in nazionale dopo tre, quattro partite ma gli fai arare l’erba in Serie A”.
Quindi se ho un giovane campione dovrei aspettare a farlo debuttare? Molte nazionali i giovani li fanno avvicinare da subito, li convocano per le amichevoli, gli fanno respirare l’aria dei grandi incontri per abituarli anche alle pressioni. Noi pensiamo a proteggerli, non si sa bene da cosa. E al tempo stesso pensiamo a esaltarli oltre quelle che sono le loro reali capacità, investendoli del ruolo di fuoriclasse anche se sono dei giovani bravi, ma nulla di più.

Anche Daniele De Rossi dice la sua: come Buffon si lamenta di chi non si è impegnato abbastanza, parlando di figurine e personaggi che non servono alla nazionale. Si lascia poi andare a una considerazione, ”Non dico questo solamente perché sono stato chiamato in causa da Buffon durante il suo discorso, ma perché noi rappresentiamo il giusto spirito che occorre mettere quando giochi in nazionale e siamo sempre noi a metterci la faccia.”. Ecco, io direi che la faccia è stata messa (e persa) da tutti, mica solo dai vecchi.

E non c’è un “giusto spirito” per giocare in nazionale, l’unico giusto spirito sarebbe quello che tende a creare uno spogliatoio unito e coeso, e nessuno (compresi i vecchi e soprattutto i vecchi) lo hanno fatto. Ognuno si è preoccupato del proprio gruppetto, che finché si vince va tutto bene, ma quando si perde diventa un po’ problematico da gestire, soprattutto se non si ha l’umiltà di ammettere le proprie colpe, additando gli altri. È vero che quando volano gli stracci tutti accusano gli altri di essere i colpevoli, i cattivi, ma qui si rasenta l’ipocrisia. Come ipocrite mi suonano le accuse di Mino Raiola al calcio italiano, dette per difendere il suo assistito Balotelli: sentirlo dire che da noi si formano i giovani chiedendogli solo di vincere, che ci si preoccupa più delle poltrone e del guadagno che della passione, mi evoca l’immagine di un bracconiere che si lamenta degli agnellini uccisi a Pasqua. Decisamente fuori luogo.

Tornando all’Italia della spedizione brasiliana, si parla di alcuni retroscena curiosi, come il ritardo di Balotelli a cena, ripreso da Buffon e un analogo ritardo di Buffon non ripreso da nessuno. Si parla addirittura di come Buffon e Pirlo abbiamo convinto Prandelli a usare il 3-5-2 della Juventus schierando in difesa Bonucci, e questa si che mi fa un po’ sorridere: Prandelli è sempre stato un allenatore che ha fatto scelte (anche importanti) da solo, magari controcorrente, magari poco gradite, magari poco comprensibili, sapere da alcune “fonti” che sarebbe così facilmente manipolabile mi lascia abbastanza perplesso, se non divertito.

Così come prendo cum grano salis le parole dette da Balotelli, soprattutto quando sarebbe stato richiamato per i discorsi di Pirlo e Prandelli. Dire “Di Pirlo non me ne frega niente” mi fa riecheggiare nelle orecchie altre parole di Balotelli, quelle dette contro Marocchi ai microfoni di Sky, dopo che l’ex giocatore della Juventus gli aveva mosso un rilievo tecnico, quello di muoversi poco. La risposta è stata un po’ troppo sprezzante, ”Secondo me non capisci di calcio, non sono d’accordo, non capisci niente di calcio, fidatevi di me”. Il tutto dopo una partita che il Milan giocò molto male, in cui lo stesso Balotelli offrì una prestazione davvero negativa. Marocchi che per altro è stato anche profetico: intervistato dopo questo scontro, disse che il problema del poco movimento di Balotelli poteva colpire duramente anche in nazionale, affermando che questo Mondiale sarebbe stato un bivio per Mario. E la strada imboccata sembra la peggiore.

Una marea di polemiche che mi paiono inutili, se non addirittura dannose. Davvero il problema è della vecchia guardia contro i giovani? Non sarebbe meglio parlare di giocatori in forma e giocatori fuori forma? Perché molti hanno palesato problemi di resistenza fisica, ad esempio, indipendentemente dall’età. Per non parlare poi della scelta del luogo del ritiro in Brasile, della scelta di portarsi dietro mogli, figli e compagnia cantante, di alcune convocazioni fatte seguendo più l’entusiasmo della stampa che seguendo una logica di costruzione della squadra. Se devi preparare un Mondiale, penso, dai modo a eventuali nomi nuovi di entrare a far parte del progetto che hai mi mente, non li convochi all’ultima amichevole disponibile per poi portarteli al Mondiale. È un po’ il discorso di prima: gli dai modo di “acclimatarsi” in un ambiente nuovo, di imparare a gestire le pressioni, non li prendi all’ultimo esponendoli a pressioni maggiori.

Ora però sarebbe il momento di cominciare a guardare avanti. Ma, aggiungo, tenendo conto non solo dell’età anagrafica, ma anche delle motivazioni e della reale qualità dei giocatori, senza dover incensare o esaltare nessuno. Lo abbiamo fatto con Balotelli, col risultato di considerarlo (a torto) il nostro Neymar, lo facemmo in passato con Cassano: come scordarsi di quel nomignolo datogli da ragazzino, “El Pibe de Bari”, foriero di un confronto troppo pesante per qualcuno che ancora doveva dimostrare tutto. Non abbiamo dei fenomeni, non abbiamo quei fuoriclasse in grado di svoltare da soli una partita: dovremmo iniziare a ricordarcelo ogni volta che esaltiamo un giovane portandolo alle soglie della santità.

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Categorie:Sport

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