L’affaire Mineo

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Lo scontro all’interno del Pd per la riforma del Senato ha raggiunto un nuovo culmine, con la sostituzione di Mineo e Chiti dalla Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama.

Riflettendo sull’accaduto e trovando questa sostituzione quantomeno inelegante, per quanto formalmente legale e democratica, mi rispecchio nelle parole di Jacopo Iacoboni che vi riporto qui integralmente:

“Sono – chi legge quello che scrivo e dico in giro lo sa – un totale cultore del dissenso, cresciuto col mito del vecchissimo “manifesto”, che si schierava contro il Pci (”Praga è sola”) quando il Pci era una cosa seria, nutrito di un’idea libertaria e totalmente orizzontale della politica (e del giornalismo), amante di tante storiche battaglie radicali, disposto per questo a sostenere le giovani promesse della politica, e semmai a romper le scatole quando si realizzano.

Detto questo, pensando all’ultimo caso-Mineo scoppiato nel Pd, non credo che un partito (e neanche un Movimento, lo scrissi a proposito dei dissidenti del M5S che tanto entusiasmavano, strumentalmente, i media) possa lasciare una scelta decisiva per la sorte, sua e del suo leader, nelle mani di un dissenziente. Tanto più in una Commissione parlamentare, giacché chi è eletto è lì per conto di un partito, e di questo deve tenere conto. Persino più che in aula. È chiaro che in una Commissione non solo si rappresenta se stessi, ma un pacchetto di propri colleghi.

Naturalmente penso che sia stato uno sbaglio sostituire così Mineo. Matteo Renzi poteva e doveva convincerlo, persuaderlo, telefonargli, chiedergli anche – con sensibilità politica che lui e il ministro Boschi non hanno avuto – di votare secondo la linea del partito sulle riforme, posto che poi sarebbe potuto tornare alla sua posizione critica un secondo dopo, forse anche nel voto in aula. Non mi pare che Renzi sia sprovvisto di doti seduttive, no? Le doveva esercitare, faticosamente, anche con Mineo, magari pensando – tra sé e sé; senza dirlo – “che noia dovermi sorbire questa conversazione”. Questo Renzi non l’ha fatto, dando l’impressione brutale di una cacciata. Ma un Paese non è come il consiglio comunale di Firenze; dovrebbero vigere logiche lievemente più sofisticate, e in definitiva democratiche.

Adesso l’affare s’ingrossa (diceva quello), per l’autosospensione dei 14 senatori critici del Pd. Io non credo che l’autosospensione sia una cosa particolarmente seria, mi pare anzi una protesta abbastanza infantile; segnala però che c’è un potenziale problema; vedremo (anche se io non lo penso) se i 14 sono disposti a portarlo alle estreme conseguenze.

Bisogna infine far notare una cosa: Renzi era da tre giorni in Oriente, nell’esotica Saigon della rue Catinat di Graham Greene, e nella pulsante Pechino dell’Art district Dashenzi; e il gruppo parlamentare ha puntualmente ripreso a ballare. L’uomo del 41 per cento dal popolo è poi piuttosto infilabile e scoperto nella gestione del gruppo e del partito. Mineo – giova oltretutto ricordarlo – non è Rosa Luxemburg, ma un eccellente giornalista e direttore Rai eletto per volontà di Pierluigi Bersani nella gestione precedente del Pd.”

Direi che questo è quanto.
Ora che entrambe le parti facciano un passo indietro. Oppure ognuno si assuma le responsabilità dei futuri sviluppi.

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Categorie:Politica

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