Politica e società civile

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Le ultime notizie di arresti nel mondo della politica mi hanno spinto a fermarmi un momento per riflettere, a pensare a un aspetto particolare del legame che la politica ha stabilito con la cosiddetta società civile. Ma per capire questo punto occorre ripercorrere al contrario la linea del tempo, fino ad arrivare a quei primi anni novanta ormai divenuti tristemente famosi per lo scandalo Tangentopoli.

Quello tsunami giudiziario spazzò via una buona parte della classe politica che allora dominava la scena, in un quadro politico altamente confusionario e frastagliato che vide la disgregazione della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista, la svolta del Partito Comunista e, più in generale, un rimescolamento che portò alla nascita di un nuovo partito di centrodestra guidato da un imprenditore, Silvio Berlusconi, che per sua stessa ammissione si descriveva come un imprenditore prestato alla politica. Un dettaglio a cui al momento si diede relativa importanza, ma che sanciva uno spartiacque fra l’era dei politici di professione e l’era della cosiddetta “società civile prestata alla politica”: un’entrata dettata, fra le altre cose, dallo schifo che le persone provavano per la scoperta di quanto i politici rubassero, per il crollo verticale della fiducia nei loro confronti, per la convinzione in cui professionisti, manager, persone comuni estranee al mondo della politica potessero essere meglio di chi aveva fatto politica da sempre.

Come detto, Forza Italia fu un primo massiccio esempio di imprenditori, professionisti catapultati a gestire la cosa pubblica: a loro molti italiani affidarono il compito di fargli dimenticare proprio quella classe politica di ladri, arraffoni e maneggiatori. Era l’idea dell’imprenditore prestato alla politica che metteva a disposizione le sue capacità per gestire al meglio il Paese, per farlo funzionare come un’azienda competitiva. Non serve ora che faccia una lista riassuntiva di come sono andate poi le cose, basti pensare a quanti professionisti entrarono allora in politica sulla scorta proprio di questo rinnovamento e della volontà di spazzare via una classe politica di corrotti, finendo poi per diventare loro stessi dei corrotti.

Citando così, a caso, potrei ricordare Massimo Maria Berruti, ex finanziere e ex manager eletto nel 1996, condannato per favoreggiamento e riciclaggio, sebbene questa accusa sia caduta in prescrizione. Oppure Sabatino Aracu, anche lui eletto la prima volta nel 1996 e condannato in primo grado nell’inchiesta Sanitopoli. E che dire di Antonio Angelucci, eletto nel 2008 e accusato di una sfilza di reati. O di Aldo Brancher, manager fino al 1999, quando venne eletto alla Camera, coinvolto proprio in Tangentopoli per falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti e successivamente coinvolto anche nelle indagini sullo scandalo di Antonveneta per ricettazione e appropriazione indebita. Caso emblematico quello di Brancher, privato cittadino coinvolto in Tangentopoli, che successivamente entra in politica dove continua a delinquere.

È anche per questo che l’arresto di Orsoni a Venezia non mi lascia del tutto sorpreso: avvocato e professionista stimato, ha collaborato con il comune di Venezia nella giunta di Paolo Costa dal 2000 al 2005 e è divenuto sindaco della città nel 2010. Oggi è coinvolto nell’inchiesta sul Mose, con l’accusa di presunta violazione della normativa in materia di finanziamento ai partiti. Così come non mi meraviglia nemmeno il coinvolgimento in altre indagini di Corrado Clini, potente manager (pubblico, stavolta) divenuto politico nel 2011 quando nel Governo Monti fu nominato Ministro dell’Ambiente. Oggi è accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione nell’ambito di un’indagine sul progetto di cooperazione ambientale internazionale New Eden in Iraq.

Allora il quesito che ha iniziato a ronzarmi in testa è: ma davvero la società civile è così tanto meglio dei politici di carriera? Davvero questi professionisti, questi tecnici, rappresentano esempi di servizio disinteressato alla politica? Una risposta univoca non credo esista, anche perché comporterebbe di fatto generalizzare tutta una serie di persone, rovesciando nello stesso calderone anche chi di colpe non ne ha. Di certo è che, a mio modo di vedere, all’atto pratico spesso si sono dimostrati tali e quali alla tanto vituperata casta politica, si sono dimostrati uguali a quei politici di carriera che a un certo punto della nostra storia abbiamo cominciato a guardare col fumo negli occhi. Come detto comunque non si può generalizzare, non è che tutti diventano ladri: tanto per dire, Caio, attuale AD di Poste, quando lo scorso anno fu nominato a capo dell’Agenda Digitale comunicò che avrebbe lavorato senza percepire compensi. Un dettaglio si dirà, ma comunque un piccolo segnale di cambiamento rispetto al molti illustri precedenti. Ci sono alcuni su cui poi anch’io punto molto, da cui mi aspetto molto, buon ultimo il nuovo sindaco di Bergamo, Giorgio Gori.

A un certo punto della nostra storia si è dato vita a un assioma: ovvero che un buon manager, un buon tecnico preso a prestito dalla società civile potesse sostituire facilmente e positivamente quei politici formati dalle ormai scomparse (e credetemi, oggi rimpiante) scuole di formazione politica. Si è creduto ciecamente alla storia del “Loro sono già ricchi, perché dovrebbero rubare?”, oppure a quella del “Sono le persone a esser corrotte, basta metterne di nuove e pulite”. Si è pensato ormai alla gestione della cosa pubblica come alla gestione di un’azienda, tralasciando nelle decisioni quel peso politico che è ad esempio fondamentale quando si tratta di dover impostare politiche sociali, o quando si tratta di dover lanciare dei segnali forti. La nuova frontiera oggi è quella di candidare cittadini qualunque, non più manager o tecnici, con la convinzione che siano più onesti dei politici di professione, considerati corrotti a prescindere. Io spero solo ardentemente di non dovermi trovare, fra una decina d’anni, a rimpiangere anche questa scelta.

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Categorie:Riflessioni

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