Il nuovo piano industriale del gruppo Fca

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Marchionne ha presentato il nuovo piano industriale per il gruppo Fca, un piano molto innovativo rispetto alle intenzioni tenute fin qui dal Gruppo e, soprattutto, molto azzardato, sia nei target numerici da conseguire sia nelle idee tecniche. Piano che pare non aver incontrato i favori dei mercati, tanto che nel famoso day after il titolo Fiat ha perso più dell’11%: qualcuno ha provato a spiegarlo come punizione per il basso tasso di ricerca e di tecnologia di questo piano, io semmai lo vedo più come una scarsissima propensione a credere agli obiettivi fissati da Marchionne, un po’ troppo azzardati.

Già, perché passare dalle 4,4 milioni di vetture vendute nel 2013, e dall’obiettivo di 4,5 milioni di auto per il 2014, a un target di 7/7,5 milioni di autoveicoli da vendere nel 2018, è un balzo non solo notevole ma direi quasi titanico. Così come il calcolo del totale degli investimenti nel quadriennio 2014-2018: 55 miliardi di euro, una cifra davvero monstre su cui molti sono rimasti scettici. Oltre ai numeri finanziari, che vi lascio leggere nell’articolo che troverete linkato in seguito, prima di proseguire vorrei porre l’accento su alcune cose dette durante questa presentazione.

Prima di tutto l’intenzione di proseguire le sinergie costruttive: nel 2013 le prime 4 piattaforme davano vita al 48% della produzione, al 2018 si punterà ad avere queste 4 piattaforme in grado di dar vita a oltre il 70% della produzione. In totale si vuole passare dalle 12 piattaforme dello scorso anno a 9 piattaforme nel 2018, incrementando l’efficienza ingegneristica e di acquisti materiali per un risparmio su 4 anni di 1,5 miliardi di euro.
E poi la questione dell’utilizzo della capacità produttiva: oggi gli stabilimenti italiani sono sfruttati al 53% mentre in generale in Europa lo sono al 66%, l’obiettivo al 2018 è lo sfruttamento al 100% degli impianti europei, il dato (se possibile) più utopistico di tutti. Per farlo si ipotizza che quasi il 40% della produzione europea sarà destinata all’export, idea che sarà messa in pratica a partire dalla nuova piccola Jeep, la Renegade, che verrà prodotta a Melfi con un ritmo di 200.000 vetture annue.

Infine, nota negativa, l’assenza di discussione sia su Abarth che su Lancia. E se per Abarth probabilmente il silenzio è dovuto al fatto che seguirà la messa in produzione dei modelli Fiat, da cui prenderà spunto, per Lancia è la definitiva conferma della fine del marchio. Come disse lo stesso Marchionne a gennaio, Lancia pare destinata al solo mercato italiano e alla sola produzione della Ypsilon, cosa che di fatto decreterebbe la morte della Lancia. Certo, ultimamente sono stati visti dei muletti della Ypsilon di impostazione sportiva, derivate probabilmente dalla 500 Abarth, progetto che dovrebbe lanciare un modello sportivo della Ypsilon denominato HF, ma di altri progetti non se ne parla. Cassata l’idea di rimarchiare i modelli Chrysler, alla luce dello scarso successo di Flavia, Thema e Voyager, anche se per gli ultimi due modelli citati pesa anche una campagna pubblicitaria praticamente assente, la mancanza di motorizzazioni realmente appetibili al grande mercato e una nebulosa strategia di promozione. Per dire: che senso ha proporre la Thema soltanto col motore 3.0 V6 a gasolio, senza prevedere un modello di lancio equipaggiato col 2.0 Jtdm? A mio modo di vedere è stata una scelta folle e autolesionista. Stesso dicasi per il Voyager: perché proporlo solo col 2.8 diesel? Anche qui, perché non prevedere un 2.0 diesel? A potenze uguali (163 cavalli il primo motore, 170 il secondo) una cilindrata nettamente più piccola avrebbe attratto più acquirenti.

Tutto il piano è comunque ben spiegato in questo articolo di Autoblog, dove sono scritte nel dettaglio tutte le intenzioni per i vari Marchi e dove ci sono tutte le slide di presentazione. Io mi limiterò ad aggiungere alcune osservazioni.

Ferrari
All’occhio salta subito il limite di produzione fissato a 7.000 veicoli l’anno, limite che Montezemolo nel 2013 aveva dichiarato di voler abbassare un poco per mantenere l’esclusività del marchio. Però Montezemolo a Detroit non c’era, al suo posto ha parlato Marchionne che ha riconfermato quel tetto di produzione lasciando però intuire che potrebbe (al contrario) esserci un ritocco verso l’alto, fino ad arrivare alle 10.000 vetture annue. A voler fare le malelingue si potrebbe pensare a un siluro rivolto a Montezemolo, più semplicemente (se si farà) può essere un modo per aumentare il valore di Ferrari a bilancio.

Riconfermata la strategia di auto a 8 e 12 cilindri, ciclo di vita delle auto di 4 anni e versioni sportive M. Particolare risalto verrà dato ai programmi di personalizzazione, come Atelier, Tailor-Mode e One-Off. Curiosità: il contenimento della produzione ha portato un -6% nelle auto consegnate ma ha generato un +13% nei ricavi. Mossa intelligente che paga, inseguire le strategie di altre Case (leggasi Porsche) non è compito di Ferrari.

Maserati
Harald Wester, responsabile di Maserati e Alfa Romeo, delinea un futuro molto articolato per il Tridente. Quattroporte e Ghibli vanno bene, il confronto fra il primo trimestre di quest’anno e quello del 2013 è incredibile: 1.304 unità consegnate nel 2013, 8.041 quest’anno. Segno che le scelte sono state azzeccate.

Nel quadriennio che arriva ci sarà la suv Levante, la coupé Alfieri con relativa versione cabrio, e la nuova Granturismo. L’intenzione sembra quella di dare filo da torcere alle grandi auto di lusso tedesche con un ulteriore scatto di esclusività, ricalcando però le strategie di Porsche, Aston Martin e Bentley: auto di lusso in più segmenti, dalle grandi berline ai suv, fino alle supersportive. Mi rallegra che si siano finalmente decisi a attuare questa strategia, ora servirà solo recuperare il terreno perso. Frazionamenti a 6 e 8 cilindri, benzina e diesel, con un nuovo V6 diesel da 340 cavalli.

Alfa Romeo
Ancora Wester illustra una rivoluzione copernicana per il Biscione: 8 nuovi modelli, ritorno della trazione posteriore, forte sinergia con Maserati. Era l’idea abbozzata dalla vecchia dirigenza nei primi anni del 2000 ma mai attuata dopo il naufragio del progetto di sinergia fra Alfa Romeo e Lancia.

I nuovi modelli sono la 4C cabrio che arriverà quest’anno è la berlina media Giulia, attesa entro il 2015. Poi arrivano le vere novità: una berlina di segmento E, probabilmente su materiale Maserati, due nuovi suv (probabilmente uno di grandi dimensioni sempre con Maserati e uno di dimensioni medie) e due nuovi modelli di segmento C. Quest’ultima informazione probabilmente lascia campo libero per un’erede della Giulietta, che tanto favore ha incontrato sul mercato, mentre decreta la fine della Mito. L’altro modello del segmento C potrebbe essere una variante della Giulietta o della Giulia: alcuni ipotizzano che si possa provare a lanciare una shooting brake partendo proprio dalla Giulia, l’idea è affascinante, vedremo se sarà reale.

Chicca finale un modello coupé ad alte prestazioni: naufragata l’idea della nuova Duetto in collaborazione con Mazda (ma l’intesa con la Casa giapponese resta, sarà solo spostata su Fiat), prende corpo l’idea di una sportiva sulla base della Maserati Alfieri. Del resto dal Tridente si prenderanno tutti i motori a 6 e 8 cilindri: sotto rimarrà solo un 4 cilindri turbodiesel e due 4 cilindri turbobenzina. Il primo presumibilmente sarà il 2.0, mentre per i turbobenzina si presume un 1.4/1.6 per potenze fino a 180 cavalli circa e un 2.0 per potenze da 180 a 330 cavalli circa.

Inversione a 180 gradi per Alfa, questa è una delle scommesse più azzardate: tornare fra le auto di lusso abbandonando la parte bassa del mercato. Molte Case di prestigio stanno compiendo il percorso inverso, andando a produrre auto di qualità nei segmenti minori, ma hanno una radicata presenza in quelli alti. Alfa Romeo no, deve ricostruirsi da zero: la scommessa di Marchionne è forte, se avrà successo sarà un rilancio in grande stile.

Fiat
Oliver François parla di una Fiat che vedrà un incremento di vendita abbastanza modesto rispetto alle aspettative: si mira a passare dal 1,5 milioni di vetture del 2013 alle 1,9 milioni del 2018, tutto basato sulla gamma composta da Panda, Punto, 500, Freemont, Qubo e Doblò. E già qui mi viene da storcere il naso: ma Marchionne non aveva detto che la Punto non avrebbe avuto eredi?

Per i nuovi modelli ci saranno la già tanto citata 500X, gemella della Jeep Renegade, in arrivo entro fine 2014, più altre vetture. Principalmente una chiamata Speciality, che dovrebbe essere la coupé/cabriolet frutto dell’accordo con Mazda; poi ci sarà una nuova compatta, ma mi chiedo dove verrà posizionata avendo già Panda e 500: forse un’auto dalle dimensioni ridotte tipo Smart?

Poi ci sarà una nuova berlinetta a due volumi, erede della Bravo, che potrebbe far rivivere una Fiat station wagon, coprendo un buco di listino che moltissimi hanno lamentato. Nel progetto si prevede anche la nuova segmento B, quindi si, la Punto avrà un’erede: un compito davvero difficile visto il successo ottenuto da quest’auto.

L’idea di Marchionne di uscire dal mass market vedrà poi la conferma con la cuv, un ibrido fra coupé e suv, che si dovrà creare uno spazio di mercato in una nicchia che sta iniziando a espandersi ora (vedi cuv Audi su base TT). Mi lascia come detto perplesso il modesto incremento di vendite rispetto agli incrementi prospettati per altri marchi del Gruppo: segno che ci credono poco o che si rendono conto che i margini in quei settori sono ormai molto risicati?

Dodge
Qui i modelli o sono stati lanciati o sono in prossimità del lancio. La gamma sarà composta da 4 modelli, tutti nuovi: la suv Durango lanciata a fine 2013, la berlina Challenger che verrà lanciata entro metà 2014, la sportiva Charger che vedrà uscire la nuova versione a fine 2014 e la Dart, berlina su base Giulietta lanciata poco tempo fa. I dati di vendita sono confortanti, si pensa di espandersi ancora ma non si è parlato di esportazioni in Europa, probabilmente visto il livello di saturazione di questo mercato.

Per il futuro si è parlato di versione sportive Srt per ogni modello, del restyling della Viper e dell’unico nuovo modello, un cuv di segmento D. Non molto, ma del resto il marchio è prettamente basato sul mercato americano.

Chrysler
Al Gardner, gran capo di Chrysler, invita a continuare nel solco già tracciato, quello del claim “Made in Detroit”. L’ultimo modello appena arrivato, la berlina media 200, sta riscuotendo un discreto successo, mentre la piccola 100 slitta il suo ingresso al 2016: all’inizio doveva basarsi sull’attuale Giulietta, ma pare che stiano rivedendo il progetto per basarla sulla segmento C del futuro.

Interessante il prossimo modello del monovolume Town and Country: previsto per il 2016, con tutta probabilità avrà una versione ibrida plug in. Previsto anche un nuovo suv di grandi dimensioni per il 2017, anche questo con variante ibrida plug in, mentre per il 2018 hanno pianificato un suv medio sulla base della 200. L’obiettivo è passare da una copertura dei vari segmenti del 25% a una copertura del 65%.

Nessun accenno a rimarchiature di questi modelli per dare nuova linfa alla Lancia, il che potrebbe eventualmente riaprite le porte per un’esportazione di modelli Chrysler in Europa, anche se queste restano solo nere speculazioni. Peccato però, perché modelli come la 200 potrebbero ricavarsi un buon mercato.

Jeep
Mike Manley, Ceo di Jeep, è carico: sa che sulle sue spalle gravano grandi aspettative, e numeri davvero da capogiro. Uno su tutti: si stima di passare dalle 732.000 auto vendute nel 2013 alle 1,9 milioni nel 2018. Già per il 2014 si stima un totale vendite fra le 800.000 e il milione di auto, e guardando al dato percentuale dal 2009 al 2013 vediamo che Jeep è cresciuta del 117%. Insomma, teoricamente si può fare, resta comunque un azzardo molto forte.

Articolato il ventaglio dei nuovi modelli: oltre al nuovo Renegade, gemello della 500X che verrà costruito a Melfi, nel 2016 ci sarà un nuovo suv di segmento C che rimpiazzerà il Compass e il Patriot, mentre il Cherokee subirà un restyling (e visto quanto è brutto il modello attuali spero lo anticipino). Nel 2017 poi ci saranno il restyling della Renegade e i nuovi modelli di Wrangler e Grand Cherokee. Il 2018 infine sarà l’anno di un grande ritorno: il Grand Wagoneer, che si posizionerà sopra il Grand Cherokee. Gli amanti del Marchio Jeep ne saranno molto contenti.

Come detto il Renegade verrà prodotto a Melfi, poi in un secondo momento verrà avviata la produzione in Brasile per soddisfare le richieste del mercato americano e in Cina per il mercato asiatico.

Conclusioni
I numeri sono imponenti: 50 miliardi di investimenti in 4 anni non sono scherzi, e resta pesante come un macigno l’incognita di capire dove Marchionne prenderà tutto quel denaro. Nel piano si è specificato che l’indebitamento del gruppo andrà a calare, questo potrebbe significare che non si chiederanno prestiti per finanziare gli investimenti? Si tratta di sborsare circa 9 miliardi annui, con una punta di 11 nel 2016, ma i ricavi non sono ancora così alti. Da dove salteranno fuori resta un po’ un mistero.

Come nebuloso resta il come si potrà arrivare a target di 7,5 milioni di vetture annue: un obiettivi alto, forse troppo. Queste due cose potrebbero essere i motivi della bastonatura in Borsa. Ma potrebbe anche esserci un terzo motivo: l’addio alla Borsa di Milano del titolo Fiat. La presentazione di questo piano a Detroit sembra funzionale a preparare l’arrivo delle nuove azioni Fca a Wall Street, e questa presentazione potrebbe avere come obiettivo anche quello di convincere i potenziali investitori della bontà dei progetti e della solidità del Gruppo. Del resto si è annunciato che l’indebitamento del Gruppo scenderà da 10 miliardi a 1 miliardo nel 2018. Obiettivo altamente ambizioso.

C’è stata la prima crepa nel no a auto ibride o elettriche, con l’introduzione di modelli Chrysler in quel segmento, ma sembra una mossa un po’ timida e tardiva. La tecnologia in merito non manca, serve solo una maggiore volontà nel puntare su questo tipo di veicoli, soprattutto su modelli medio-piccoli.

In definitiva, Marchionne scommette forte ancora una volta. Lo fece quando presentò il piano di rilancio di Chrysler: gli diedero del matto, del visionario, ma alla fine ha avuto ragione lui. Qui la scommessa è esponenzialmente più grande, e quindi i rischi moltiplicati, e non è detto che Marchionne riesca a uscirne ancora vincitore. Sicuramente, se dovesse riuscire, sarebbe una specie di apoteosi per la sua carriera, ma una valutazione in tal senso si potrà iniziare a farla a partire dal 2016: solo il tempo ci dirà se potrà essere gloria o mesto declino.

Nota finale: Sergio Marchionne e John Elkann hanno anche scritto una lettera a tutti i dipendenti Fca per spiegare quanto illustrato a Detroit. Una lettera motivazionale discretamente convincente.

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