NonRecensione – 57: La sedia della felicità

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A volte guardi un trailer e ci fai poco caso, pensi che sia un film fra i tanti in uscita. Poi scopri che il regista è Carlo Mazzacurati, lo stesso di un altro film che hai adorato, “La Passione”. Ricordi, tristemente, che Mazzacurati purtroppo non c’è più, e trovi su Twitter l’invito di un altro regista, Paolo Virzì, che dice di andare a vedere proprio questo film. E allora guardi con più attenzione il trailer e pensi: diamine, devo vederlo.
Intanto, al solito, iniziamo dai voti: Comingsoon gli assegna un 7,6/10; Mymovies un 3,17/5; Imdb un 7/10.

La storia è una specie di favola moderna: lei, Bruna, è una giovane estetista che fatica affaticare a fine mese, piena di debiti con Volpato, un losco figuro che viene a portargliela via i macchinari dato che lei non riesce a pagare. Lui, Dino, è un tatuatore che ha il proprio negozio proprio davanti a quello di Bruna: separato, anche lui con problemi economici, conoscerà la giovane estetista a causa di un fortuito incidente. I due si troveranno alleati nel cercare una sedia che, al suo interno, dovrebbe custodire un tesoro: uno scrigno pieno di gioielli. A scoprirlo è stata Bruna, che ha raccolto la confessione da parte della padrona di quella sedia, Norma Pecche, madre di un famoso bandito: Bruna andava in carcere a farle le unghie, ed è li che riceve le indicazioni dalla signora sullo scrigno nascosto in una delle sedie del salotto buono. Indicazioni che la stessa Norma ripete anche a padre Weiner, il prete del carcere, probabilmente pensando fosse Bruna. Parte così la ricerca affannosa di queste sedie sequestrate a suo tempo dal l’autorità giudiziaria e finite all’asta, la ricerca di un tesoro che potrebbe sistemare i guai di queste tre persone. Già, perché anche padre Weiner si metterà in cerca di questo famoso tesoro, a causa di alcuni problemi economici non proprio secondari…

Il film racconta uno dei temi più classici possibile, quello del colpo della vita, quello in grado di far svoltare la propria esistenza. È ambientato in Veneto, quel Veneto una volta ricco e rigoglioso ma oggi poggiato su un triste declino economico e industriale, dipinto perfettamente dallo spezzone in cui Dino, alla ricerca del negozio di un signore che avrebbe comprato una delle sedie, trova al suo posto un grande ristorante cinese. Un film che racconta solitudini diverse che si intersecano fra di loro, di sentimenti costruiti partendo da piccoli passi compiuti su fragili terreni. Un intreccio in cui gioca un ruolo importante anche il caso, nel determinare gli incontri, le scoperte, i colpi di genio usati per uscire da situazioni complicate.

Davvero azzeccato e ben assortito il cast: Valerio Mastandrea è Dino; Isabella Ragonese è Bruna; Giuseppe Battiston è padre Weiner; Katia Ricciarelli è Norma Pecche; e poi troviamo Raul Cremona che è il Mago Kasimir, un piccolo prestigiatore; Marco Marzocca che interpreta un fioraio straniero che ha comprato una delle sedie; Milena Vukotic è Armida Barbisan, una medium spesso consultata da padre Weiner; Roberto Citran è un pescivendolo che colleziona sedie; Maria Paiato è la sorella del pescivendolo; Mirco Artuso è Bepin Lievore, artista montano che abita in una malga; Roberto Abbiati è Giani, fratello del Bepin; Natalino Balasso è Volpato; Lucia Mascino è Elisa, ex moglie di Dino; e poi abbiamo Silvio Orlando e Fabrizio Bentivoglio nel ruolo di due venditori di opere d’arte in tv e Antonio Albanese, nel doppio ruolo di due fratelli gemelli, anche loro in possesso di alcune delle famose sedie.

La regia, bella davvero, è di Carlo Mazzacurati. Qualcuno ha detto che è un po’ il suo testamento e io non so se sia vero o no, non sono un critico cinematografico che conosce vita e carriera dei registi per inquadrare questi particolari. Posso però dire che questo film sembra un viaggio nei sentimenti e nelle relazioni umane, un incontro-scontro fra diversi mondi che da origine a un primordiale big bang d’amore. Il mio voto è un 8,5/10, per un film di delicata potenza poetica.

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