Sulla candidatura di Marco Tardelli

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Una delle ultime polemiche che si agitano fuori (ma anche dentro) il Partito Democratico riguarda la candidatura alle elezioni europee di Marco Tardelli, ex calciatore, conosciuto come l’eroe del Mundial 1982, quello del famoso urlo. Come sempre accade quando uno sportivo decide di entrare in politica, sono subito partite le critiche: candidatura specchietto, nome pubblicitario, non ha esperienza, non ha nessuna conoscenza politica.

Certamente, guardando ad altri sportivi che in passato ci hanno provato, le premesse non sono buone: ne possiamo leggere sull’Huffington Post, una lista di 10 sportivi che hanno provato il passaggio, nomi come Valentina Vezzali, Manuela Di Centa, Josefa Idem, Gianni Rivera, Giovanni Galli, Alessia Filippi, o Lara Magoni. Anche all’estero è capitato di atleti scesi in politica: citando questo articolo di Lettera43 possiamo trovare George Weah, Cafù, Eric Cantona, Khakaber Kaladze, aggiungo io Vitalij Klyčko, molto attivo durante le rivolte di Kiev.

Comunque, osservando le polemiche su Tardelli mi chiedo: è davvero così negativo a prescindere che uno sportivo si candidi in politica? Non andrebbero anche loro (come tutti del resto) valutati sulle capacità che esprimono, e non sulle presunte capacità che hanno o non hanno? Per molti sembra quasi che il fare il calciatore preclude automaticamente l’opportunità di fare il politico. “Non ha alcuna esperienza politica, nessuna conoscenza specifica” Si ripete spesso. Ma allora, polemicamente, mi chiedo quale conoscenza e preparazione possa avere un operaio in cassaintegrazione? Non risulta anche quella una candidatura di testimonianza, più che di conoscenza o esperienza? Quale esperienza e conoscenza politica può avere un manager che, dopo una vita spesa a gestire aziende, sceglie di candidarsi al Parlamento? Quale esperienza e conoscenza può vantare un giornalista che per una vita di politica ci ha magari scritto, ma che se ne è sempre tenuto fuori? O il parlarne, il descriverne certi aspetti, dona automaticamente l’esperienza necessaria?

In discussione, secondo me, non dovrebbe esserci il fatto che uno sportivo voglia candidarsi, ma proprio il meccanismo di selezione dei candidati. A me non fa né caldo né freddo che Tardelli voglia candidarsi, mi da fastidio questa abitudine a “catapultare” persone sulle candidature, indipendentemente da cosa facciano (o abbiano fatto) di lavoro. Candidature che appaiono, come detto, specchietti per distrarre gli elettori e mostrare che fra i candidati ci sono facce pulite, persone non “corrose dalla malapolitica”, esponenti di quella ormai mitologica società civile che (non si capisce perché) viene ritenuta sic et simpliciter migliore di qualsiasi politico.

Una volta accedevi fino a certe candidature dopo aver fatto un percorso, almeno dopo aver avuto una militanza in un partito. Potevi anche essere uno sportivo o un attore, ma al contempo eri anche un militante, iniziavi a fare politica sul territorio per poi proiettarti più su, a livello nazionale. Oggi questo meccanismo è in larga parte saltato, si indulge nella scelta di nomi che, al più, la politica l’hanno solo incontrata in qualche stanca discussione durante un party mondano o nel corso di una cena fra amici, e che del “fare politica” ne sanno meno di quello che, ogni settimana, partecipano alle riunioni del proprio circolo territoriale e impegnano i propri sabati in iniziative e propaganda nel proprio comune.

Dove sono finite quelle scuole di formazione politica che il Partito Comunista o la Democrazia Cristiana ad esempio, organizzavano per “allenare” i propri iscritti, per creare la propria classe dirigente futura? Che fine ha fatto il concetto di “fare la gavetta”, che assicurava una palestra formidabile per creare un bagaglio di conoscenze e esperienze utilissimo per ben governare? Perché abbiamo abbandonato tutte queste pratiche?

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Categorie:Politica

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