Dieci Domande a: Chicco Testa

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Enrico Testa, detto Chicco, è un importante dirigente d’azienda italiano, nonché ex deputato e accademico italiano. È laureato in Filosofia presso l’Università Statale di Milano, dal 1980 al 1987 è stato Segretario Nazionale e poi Presidente Nazionale di Legambiente, per poi essere eletto nel 1987 deputato nelle file del Pci, e riconfermato nelle elezioni del 1994 con il Pds.
Dal 1994 al 1996 è stato Presidente del consiglio di amministrazione di Acea, azienda energetica del comune di Roma, mentre dal 1996 al 2002 è stato Presidente del consiglio di amministrazione di Enel e membro del consiglio di amministrazione di Wind. Successivamente, dal 2002 al 2004 è stato membro del consiglio di amministrazione del Gruppo Riello, dal 2002 al 2005 è stato membro dell’European Advisory Board di The Carlyle Group, presidente del consiglio di amministrazione di S.T.A., agenzia della mobilità del comune di Roma, e presidente del Kyoto Club. Dal 2005 al 2009 è stato Presidente della società Roma Metropolitane, mentre attualmente è Managing Director di Rothschild, Presidente di Telit Communications Plc, consigliere indipendente di Idea Capital Funds, vice Presidente della Intecs Spa e Presidente di E.Va Energie Valsabbia, società che sviluppa e costruisce impianti idroelettrici e solari. Nel 2012 l’Assemblea ordinaria di Assoelettricca lo ha eletto Presidente dell’Associazione. È stato anche il primo e unico presidente dell’ormai disciolto Forum Nucleare Italiano.
È inoltre giornalista e professore, avendo insegnato presso la Scuola di Management della LUISS e presso l’Università di Macerata e di Napoli. È autore del libro “Tornare al nucleare? L’Italia, l’energia, l’ambiente”, in cui ripercorre vent’anni di discussione pubblica italiana sulle politiche ambientali e energetiche, specialmente sull’opzione nucleare.
Per chi volesse seguirlo, questo è il suo blog, mentre questo @chiccotesta è il suo profilo Twitter

Prima di tutto la ringrazio per la disponibilità e le do il benvenuto su questo blog. Volendo parlare con lei di energia le chiedo: in che condizioni si trova l’Italia in campo energetico? Lei è fra quelli che non esclude l’opzione nucleare come fonte energetica per l’Italia: alla luce dell’ultimo disastro in Giappone, del sostanziale fallimento del Forum Nucleare Italiano istituito nel luglio del 2010, e della larga contrarietà riscontrata da cittadini e enti pubblici, pensa ci sia ancora spazio per un dibattito sull’utilità del nucleare, sui suoi vantaggi e i suoi svantaggi?

Nel 2012, la nostra dipendenza dall’estero è stata pari all’ 80,6% del consumo interno lordo di prodotti energetici. E già potrei fermarmi a questo dato che la dice lunga sulle nostra vulnerabilità di
approvvigionamenti. Che spiega in parte perché le aziende italiane pagano più caro il prezzo dell’elettricità rispetto a quelle tedesche. Per quanto riguarda la quota di disponibilità nazionale, le rinnovabili hanno contribuito per l’11% (idroelettrico in larga misura), il rimanente 8,5% è stato coperto principalmente grazie all’estrazione di idrocarburi di origine nazionale.

L’opzione nucleare non è la soluzione ma è parte della soluzione per chi vuole realmente percorrere la transizione energetica low carbon. Guardi la Svezia, esempio di politica energetico-climatica riuscita con 85% di fabbisogno assicurato da fonti pulite tra nucleare e idroelettrico, e la confronti con le tribolazioni dell’Energiewende del governo Merkel. Dopo lo spegnimento di 8 reattori, la Germania deve provvedere ad alimentare il base load ossia lo zoccolo duro della generazione, con centrali a carbone. Morale: un aumento delle emissioni di CO2 per il secondo anno consecutivo +1,2% nel 2012 e anche nel 2013.

Intanto in Europa molti stati il nucleare lo usano e a livello internazionale si sta portando avanti il progetto ITER, che si propone di realizzare un reattore sperimentale a fusione nucleare. Sulla lunga distanza pensa possa essere una buona opzione per la produzione di energia? Quali vantaggi avrebbe questo tipo di impianto rispetto a quelli attuali?

Sono 60 anni che la fusione (calda) nucleare è dietro l’angolo. L’entusiasmo della stampa sopravanza sempre la realtà dei laboratori. Bisogna continuare la ricerca in campo energetico e realisticamente accettare che ancora per un bel po’ di anni avremo a che fare con le fonti fossili, le rinnovabili, con il nucleare da fissione e speriamo un giorno anche da fusione.

La Germania però, in seguito all’incidente a Fukushima, ha stabilito di chiudere tutte le centrali nucleari entro il 2022 sostituendole con maggiori importazioni di gas, energie rinnovabili e maggior risparmio energetico. La ritiene una buona strategia energetica?

Veramente il governo di Shinzo Abe ha appena annunciato una marcia indietro rispetto all’addio al nucleare. Questa mossa è sufficientemente esplicativa sui costi economici (importazione di gas) e ambientali (aumento delle emissioni) che il Giappone sta pagando per la scelta (emotivamente giustificata) del phase out all’indomani dello tsunami del 2011.

I detrattori del nucleare indicano tutta una serie di problemi per cui reputano pericolosa e non conveniente questa fonte energetica: ad esempio lo smaltimento delle scorie radioattive, la mancanza in Italia di risorse di uranio, l’alto costo di costruzione e gestione degli impianti, il rischio di incidenti nucleari. Soprattutto lo smaltimento delle scorie rappresenta un grosso problema. Come risponde a queste problematiche?

Sono problemi ma tutti risolvibili. Per approfondire le singole problematiche legga il mio libro “Tornare al Nucleare”.

Lei è stato prima segretario e poi presidente di Legambiente dal 1980 al 1987, Legambiente che insieme a molti movimenti e a diversi partiti politici sostengono che non sia il nucleare la soluzione per i problemi energetici italiani, ma che si debba investire nelle fonti rinnovabili. Pensa siano soluzioni attuabili e sostenibili, vista la nostra grande dipendenza energetica?

Per coprire i 130Mtep (milioni di tonnellate di barili di petrolio, la grandezza standard per misurare energia) che sono all’incirca l’equivalente dei consumi energetici nazionali importati, dovremmo piastrellare il territorio di pannelli fotovoltaici, mettere pale eoliche su ogni crinale, installare mini-idroelettrico su ogni corso d’acqua. Lei è proprio convinto che sarebbe accettato dalle popolazioni locali, dagli stessi ambientalisti che vogliono – giustamente – la conservazione del paesaggio? Senza contare il fenomeno Nimby forte e virulento come pochi qui da noi.

Alcuni citano ad esempio Desertec, un progetto globale di energie rinnovabili basato su più tipi di fonti energetiche, come eolico e solare, da sfruttare nelle zone in cui sono maggiormente disponibili. Come valuta questo progetto? È tecnicamente e politicamente fattibile?

Da quanto ne so il progetto Desertec conclusa la fase di studio di fattibilità si è arenato nella sabbia (ma non in quella del Sahara) per la mancanza di finanziatori occidentali disposti a puntare su un progetto che presenta notevoli difficoltà logistiche (non ultima quella della costruzione di maxi elettrodotti sotto il mediterraneo per portare l’energia nell’Eurozona) e che per giunta non farebbe che spostare il problema della dipendenza attuale (gas e greggio) a un altro tipo di dipendenza (sole) verso paesi terzi. Del resto poi le primavere arabe hanno fatto abortire definitivamente il progetto comunque visionario.

Proprio in merito alla nostra grande dipendenza energetica dalle importazioni di gas: rischiamo delle ripercussioni dalla grave crisi in corso in Ucraina e Crimea?

Oltre un terzo delle importazioni di gas metano che alimentano il sistema industriale e quello elettrico italiano sono di origine russa. Per ora – come ci rassicura Scaroni abbiamo riserve a sufficienza ma le tensioni tra Russia e Ucraina mettono in risalto l’estrema fragilità dei nostri approvvigionamenti.

Intanto gli Stati Uniti si sono resi disponibili a esportare verso l’Europa il proprio gas, ottenuto da giacimenti di shale gas. Anche in Europa si è cercato di promuovere lo shale gas, ma tutto è stato bloccato per gli enormi impatti ambientali e per gli enormi dubbi sulla tecnica di estrazione usata, il fracking, che secondo alcuni provocherebbe scosse di terremoto. Pensa siano timori fondati?

Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare l’Europa ma Obama non può prendere decisioni impopolari presso l’elettorato americano che teme che con l’export di gas, si creino delle tensioni sull’offerta portando all’aumento del prezzo del combustibile sul mercato interno. Quindi possiamo contare sul gas statunitense fino a un certo punto, l’Europa – come ci ha ricordato lo stesso Obama – deve fare la sua parte. Anche rivedendo la moratoria sul fracking. E’ questo l’orientamento della Commissione che sta accogliendo cautamente le sollecitazioni dei paesi pro-shale gas come Gran Bretagna e Polonia. La tecnica della frantumazione idraulica delle rocce a fini estrattivi, non è certo una tecnologia sconosciuta, esiste sin dalla fine degli anni ’40. Solo partire dalla seconda metà del 2000 grazie anche a degli specifici avanzamenti tecnologici è stata utilizzata con maggiore impatto per l’estrazione di gas nelle rocce scistose.

È stato eletto deputato in due legislature, la prima volta col Pci nel 1987 e poi riconfermato una seconda volta nel 1994 col Pds. In base alle sua esperienza, come giudica il quadro politico odierno? Che impressione ha del governo in carica? Non pensa che la questione energetica, al di la del costo delle bollette, sia un po’ assente dal dibattito politico?

La questione energetica può forse sembrarle in secondo piano perché riemerge specificatamente solo in occasione di situazione di crisi dei nostri fornitori d’energia, ma tenga conto che è una variabile non negoziabile che rispunta fuori ogni volta che si parla di sviluppo economico o del benessere degli italiani. Se l’energia costa molto di più come pensa che i prodotti italiani possano reggere la competizione sui mercati internazionali? Che si investa in processi produttivi? Infatti, negli Stati Uniti, da quando il costo dell’energia è calato per effetto del boom dello shale gas, diverse aziende che avevano delocalizzato sono tornate a produrre in America. E ancora senza indipendenza energetica non si può pretendere di esercitare alcuna influenza sullo scacchiere internazionale. Come si vede ora nella zoppicante diplomazia europea verso la Russia. Quindi bisogna decidersi a sfruttare al massimo le nostre risorse: dai giacimenti di gas e petrolio – perché ne abbiamo, alla diversificazione dei nostri approvvigionamenti di gas. L’opposizione alla maxi condotta TAP che ci porta gas azero non giova, per esempio. Bisogna finanziare le nuove rinnovabili ma non ingrassando i conti in banca dei pochi che hanno speculato con mega-campi fotovoltaici, investendo invece nella ricerca e sviluppo della tecnologia solare. In campo energetico stiamo ancora aspettando l’analogo dell’invenzione del chip in informatica. Di energia si parla forse poco, ma i suoi effetti sono pervasivi.

Siamo quasi alla fine, alle due classiche domande: quali sono i tre personaggi, o le tre persone, che hanno segnato la sua vita?

Marx, Darwin e B. Russel. Anche Tex Willer!

E per concludere, quale valore per lei è il più importante?

La libertà di poter dire “preferirei di no” come lo scrivano di Melville.

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Categorie:Interviste

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