La riforma del Senato

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Com’era anche prevedibile, l’impeto riformatore del governo Renzi sta creando tutta una serie di polemiche che si stanno prendendo un po’ la ribalta mediatica. Fra queste una delle più contestate e criticate è la riforma del Senato, già oggetto di un appello apparso su Libertà e Giustizia, che teorizza l’avvento di una democrazia plebiscitaria. Appello firmato da tanti, fra cui Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassarre, Salvatore Settis, Nando Dalla Chiesa, Barbara Spinelli, Paul Ginsborg, Maurizio Landini, Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio, Gino Strada, Pancho Pardi, Ferdinando Imposimato, Luciano Gallino, Dario Fo.

Diverte leggere come l’appello apra dichiarando il “…Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte Costituzionale n.1 del 2014…” quando le motivazioni della stessa sentenza parlano di un Parlamento pienamente legittimo e legittimato ad operare. La Corte ha infatti dichiarato che “…È evidente che la decisione che si assume, di annullamento delle norme censurate, avendo modificato in parte la normativa che disciplina le elezioni per la Camera e per il Senato, produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale…”. Anche un eminente giurista a dicembre, quando ci fu la sentenza, ebbe a dichiarare: “…L’elezione di febbraio è un fatto concluso, sotto la vigenza di quella legge. Quindi la giunta per le Elezioni non dovrebbe fare altro che trarre le conclusioni di quella elezione. Portando a termine la vicenda elettorale, secondo la legge vigente allora…”, aggiungendo che il Parlamento era si delegittimato ma perfettamente legale. Ma se è legale, cosa lo delegittima?
Ah, il giurista in questione era Zagrebelsky.

Comunque sia, la riforma voluta da Renzi viene ben spiegata in questo articolo de Il Post: superamento del bicameralismo perfetto, riduzione numero parlamentari, soppressione del CNEL, rivisitazione del Titolo V della Costituzione. Un’idea, quella del Senato delle Autonomie, che circola da quasi trent’anni, e forse anche qualcosa in più.

Punti salienti sono che questo Senato non sarà più eletto, non voterà la fiducia al governo e non approverà leggi, i senatori non avranno indennità, e non potranno votare il bilancio. Ma “…Gli ambiti legislativi del Senato rimarranno comunque quelli sul governo del territorio e sull’ordinamento e le funzioni dei comuni e delle regioni. La nuova assemblea potrà inoltre esprimere un parere riguardo un disegno di legge oppure richiedere alla Camera di esaminarne uno. Le riforme costituzionali, poi, continueranno a dover essere approvate sia dalla Camera sia dal Senato…”. Insomma, un’istituzione che vagamente ricorda il Bundesrat tedesco, dove non ricordo grossi problemi di democrazia per la questione “nominati e non eletti”.

Dicevamo che di questi cambiamenti se ne discute da oltre trent’anni, e a testimonianza di questo ecco qui una Proposta di Legge Costituzionale del 1985, che prevedeva appunto una riforma che portasse al monocameralismo. E chi troviamo tra i firmatari? Stefano Rodotà, quello che oggi parla del monocameralismo come di una “minaccia alla democrazia”. Proprio vero: i tempi cambiano, signora mia.

Ne parla Fanpage in in questo articolo, dove sono riportate anche queste sue parole: “…Mi colpisce, poi, la scarsa attenzione che la sinistra, il Pci soprattutto, dimostra per una proposta di ridisegnare profondamente il circuito Parlamento-governo in un modo che non porta con sè rischi di riduzionismo e di autoritarismo. Sto parlando dell’ipotesi di passare ad un sistema monocamerale, con diminuzione del numero dei parlamentari, abolizione delle preferenze, adozione del collegio uninominale. Una via difficile? Certo, ma più moderna delle altre, visto che la tendenza verso parlamenti con una sola Camera è quella propria del costituzionalismo contemporaneo […] Un Parlamento con un profilo personale più alto (abolizione delle preferenze, più rigorosa selezione dei candidati), più agile, meglio raccordato con la società (potenziamento della iniziativa popolare, nuova disciplina del referendum per le grandi decisioni) non solo si libererebbe di molte delle attuali cause di lentezza e frammentazione. Potrebbe essere un interlocutore vero di un governo anch’esso rafforzato, più autorevole e meno affollato da competenze inquinate e inquinanti (come quelle nel settore dell’ informazione)…”
Terrei a sottolineare anche come parli di abolizione delle preferenze, altra idea evidentemente ribaltata se ora le considera fondamento della democrazia.

Certo, si obietterà che quelli erano altri tempi, dove c’erano ben altri politici, dove la qualità era nettamente più alta. Gli anni ottanta, quelli che poi si scoprì essere anni dove le mazzette la facevano da padrone, dove le commistioni fra politica e mafia erano ben più forti e salde di quelle odierne, dove la corruzione era talmente estesa nel tessuto politico che, da li a pochi anni, sarebbe tutto collassato nel terremoto chiamato Mani Pulite.

Personalmente ritengo che questa riforma contenga del buono, che rappresenti una buona base di partenza, a cui poi si aggiungerà un dibattito politico che spero tenda a migliorarne la proposta e non a stravolgerla come vorrebbe qualcuno. E in merito a ciò che alcuni dicono, ovvero “tutti i costituzionalisti osteggiano questa riforma”, chiudo con una battuta, un tweet di Giovanni Guzzetta, giurista e costituzionalista:

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Direi: game, set, match per Guzzetta.

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Categorie:Politica

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1 reply

  1. Lo so che è un commento stupido, ma “Slow clap followed by standing ovation”.

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