L’assenza del vincolo di mandato

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È ormai molto tempo che è partito un dibattito sul vincolo di mandato, portato avanti principalmente da Beppe Grillo. Già dopo le elezioni del 2013, nel post Circonvenzione di Elettore affermava che ”…[L’assenza del vincolo di mandato] consente la libertà più assoluta ai parlamentari che non sono vincolati né verso il partito in cui si sono candidati, né verso il programma elettorale, né verso gli elettori. Insomma, l’eletto può fare, usando un eufemismo, il cazzo che gli pare senza rispondere a nessuno…”. Una posizione assolutamente chiara. Ma cos’è esattamente il vincolo di mandato?

Per fare chiarezza può aiutarci questo articolo de Il Post, dove viene spiegato di cosa si tratta e del perché venne stabilito. Illustra anche come il mandato imperativo, ovvero il legame diretto ed esclusivo fra l’operato dell’eletto e i propri elettori, è presente in soli quattro stati: il Portogallo, il Bangladesh, l’India e Panama. Nello stesso articolo si cita poi un altro post di Beppe Grillo, quello relativo alla richiesta di dimissioni di Gianfranco Fini, in cui disse: ”…Se deve lasciare il suo ruolo istituzionale perché rappresenta un partito e fa politica a tempo pieno, allora il discorso va esteso a tutti i nostri dipendenti che ricoprono una funzione pubblica elettiva negli interessi dei cittadini. L’articolo 67 della Costituzione “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” è molto chiaro. Chi è eletto risponde ai cittadini, non al suo partito…”

Sempre in quel post c’è un’altra frase che mi ha colpito molto: ”Il potere al popolo si è trasformato nel potere ai partiti”. Il che mi sembra anche giusto: i partiti non dovrebbero obbligare i propri eletti a votare in un determinato modo, ogni eletto dovrebbe mantenere una propria libertà di pensiero e di azione. Anche se questo implica andare contro le idee del proprio partito, anche se questo implica il trovarsi in minoranza all’interno del proprio partito, anche se questo implica il vedersi costretti a uscire dal partito di cui si fa parte. L’imporre un mandato imperativo comporta non soltanto l’obbligo, da parte dell’eletto, di fare ciò che gli chiede l’elettore, ma incorpora anche il rischio che l’eletto finisca per fare esclusivamente gli interessi di un dato gruppo di pressione, di qualche lobby. Noi oggi viviamo in una condizione di quasi completa deregolamentazione per quel che riguarda l’operato delle lobby, una scelta simile sarebbe una specie di legalizzazione fatta nel modo peggiore possibile.

In merito c’è un interessante articolo del filosofo Marcello Barison apparso su Il Fatto Quotidiano. Un’interessante osservazione che fa è che, al di la di Grillo e del MoVimento, anche l’esistenza stessa dei partiti può rappresentare un rischio per l’integrità dell’articolo 67 della Costituzione, in quanto la cosiddetta “disciplina di partito” può considerarsi come una versione edulcorata del vincolo di mandato. Elabora anche due soluzioni per trasformare realmente gli eletti del M5s in portavoce di chi li ha eletti senza imporre il vincolo di mandato: rinunciare nel breve a una prerogativa simile, e intanto costituire un laboratorio di pensiero politico dove chiunque può discutere dei più svariati problemi, facendo emergere le posizioni maggioritarie nello stesso MoVimento, e quindi dando pienamente gli strumenti agli eletti di sapere subito la volontà sui più svariati temi di chi li ha eletti, senza dover ogni volta indire consultazioni che rischiano di far perdere tempo prezioso.

Contrarietà al vincolo di mandato che è stata espressa anche da alcuni eletti del MoVimento stesso, come possiamo leggere in questo articolo de Linkiesta. A parlare qui è la senatrice Elena Fattori, che definisce l’articolo 67 della Costituzione come ”…Una garanzia di democrazia, tutela anche gli eletti del Pd che, quando si vota a favore degli F-35, grazie a questa norma sono liberi di dissociarsi da un partito che non difende le idee elettorali…”

Per altro, contro l’idea di Grillo si è espresso anche Giovanni Sartori, definendo una ”…Violazione macroscopica che gli eletti del Movimento 5 Stelle sono appunto vincolati da un mandato imperativo di agire, parlare e votare solo su istruzione di Grillo e del suo guru; una sudditanza che li obbliga, senza istruzioni, al silenzio o alla inazione…”. Parole dure, ancor più dure quando afferma che proprio questi eletti avrebbero dovuto prima sottoscrivere un ripudio del mandato imperativo a cui, secondo lui, sono soggetti.

Infine c’è chi sostiene l’introduzione del concetto di “recall” come surrogato al vincolo di mandato, ma come viene spiegato ampiamente qui non sono affatto la stessa cosa, dato che questo recall non obbliga assolutamente l’eletto ad agire in un determinato e vincolato modo. È più uno strumento di controllo e valutazione dell’operato dell’eletto, che mantiene la liberà di agire secondo coscienza e secondo ciò che reputa sia meglio.

L’argomento comunque resta caldo, è rimasto vivo per tutto il 2013 e quasi sicuramente ne sentiremo ancora parlare in futuro. Personalmente ritengo salvifico l’articolo 67, e spero che nessuno mai abbia intenzione di cambiarlo, ma parimenti considero interessante l’introduzione del meccanismo di recall, strumento utile come spauracchio per gli eletti, per spingerli ad una maggiore coscienza del loro operato senza per questo obbligarli e costringerli in un mandato imperativo. Vedremo comunque se nel corso delle riforme promesse dal governo Renzi salterà fuori anche questo argomento: a quel punto sarà molto interessante osservare cosa voteranno deputati e senatori.

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Categorie:Politica

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