Il desiderio di essere come tutti

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…Il giorno della partenza avevo infilato nel portafoglio, come talismano, un articolo che era uscito sulle pagine di Repubblica molti anni prima. si intitolava “Vecchie carte da gioco”. Era di Rosellina Balbi. Ricordo perfettamente il giorno in cui l’avevo letto, ancora oggi. Così come lo ricordo che lo ritagliai e lo tenni per anni sulla scrivania. E poi, il giorno della partenza, in funzione simbolica, lo infilai nel portafogli.
Adesso, mentre scrivo, è ancora qui. In una cartellina con scritto “Politica”. È giallo e vecchio. Tutto il resto degli articoli li ho ricopiati oppure li ho trovati negli archivi digitali e li conservo così; questo invece non ho alcuna intenzione di buttarlo.

In Vecchie carte da gioco Rosellina Balbi affronta la questione di cosa significhi essere di sinistra. E soprattutto quella che definisce “la tragedia dell’eguaglianza”. Conclude l’articolo così, sotto il mio evidenziatore giallo ben calcato: “Personalmente, sono ancora e sempre del parere che la distinzione da fare sia quella tra l’eguaglianza e il diritto all’eguaglianza: la prima non esiste (per fortuna), ciascuno di noi deve fare la sua corsa e arrivare dove potrà, saprà e vorrà. Altra cosa è la parità delle condizioni di partenza: è questo che la sinistra deve ottenere, così come deve continuare a battersi perché la innegabile diversità tra gli uomini non diventi pretesto per la discriminazione e il sopruso dei forti nei confronti dei deboli.

[…]

La questione definitiva della sinistra alla quale mi sentivo di appartenere senza alcun dubbio, fu questa: Craxi rappresentava un’innovazione troppo cinica, disinvolta, corruttibile, poco oggettiva e famelica; di conseguenza – e questa è stata una transizione di pensiero del tutto decisiva per la storia della sinistra italiana – fu l’innovazione stessa a significare cinismo, disinvoltura, corruttibilità, famelicità. La sinistra si ritirava per sempre, e con assoluta convinzione – sicura di stare dalla parte della ragione – dal proposito del progresso per trasformarsi in forza reazionaria. Dall’entrata mancata nel governo e dal rapimento di Moro, nasce un’idea di purezza – interpretata come un destino – che non morirà più. Quello che Moro aveva temuto, si verifica alla lettera: il Pci diventa interlocutore esterno della realtà. Ma quello che Moro indicava come un pericoloso punto di forza, diventa una condanna alla marginalità, alla sconfitta.

È qui che sta il grande cambiamento: della vittoria non importava più nulla; bisognava soltanto segnare una volta e per sempre una linea di demarcazione, un’idea definitiva di diversità: bisognava sfilarsi dalla vita pubblica reale e rappresentare un’alternativa astratta, pulita, arroccata. Un’alternativa pura.
Da quel momento in poi, ogni sconfitta politica diventa un rafforzativo delle proprie idee. Una conferma che il mondo è corrotto e che il progresso è malato. Una conferma, quindi, che le persone giuste e i pensieri giusti sono minoranza, fanno parte di un mondo altro, che non comunica più con il Paese – perché il resto del Paese, impuro e corrotto, si è perduto.
Berlinguer lascia in eredità l’etica politica – un elemento necessario; ma non si affianca più alla strategia politica, bensì la sostituisce…”

Francesco Piccolo
“Il desiderio di essere come tutti”

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Categorie:Citazioni

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