Affossate le quote rosa

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Nel dibattito in corso in Parlamento sulla nuova legge elettorale c’è anche un punto per molti considerato molto importante, quello sulle quote rosa. Per chi ancora non lo sapesse, le quote rosa sarebbero quote minime di presenza femminile all’interno degli organi politici istituzionali elettivi: servono cioè a garantire che una certa quota di eletti siano donne. Una norma molto controversa che ha dato vita ad un dibattito vivace, in cui si scontrano quelli che le ritengono una misura necessaria per contrastare un predominio basato solo sul sesso dei candidati, e altri che pensano sia una norma inutile, anzi dannosa, opponendo una visione in cui la discriminante debba essere il merito del candidato, e non il suo sesso.

Ora, posto che la meritocrazia dovrebbe essere alla base di ogni selezione, è fin troppo facile rintuzzare una critica simile ricordando come nemmeno nelle selezioni fra maschi viene rispettata questa caratteristica: sappiamo tutti fin troppo bene come il concetto di meritocrazia in Italia sia ancora talmente astratto da apparire quasi alieno, pretendere di appoggiarsi a questo concetto per selezionare donne capaci, è (forse) più che alieno. Direi quasi astratto.

Sicuramente il problema è di carattere culturale, e un problema simile può e deve essere affrontato proprio con un lavoro di cultura e di istruzione: partire ad esempio dalle scuole, dove si può iniziare ad insegnare un modello di società differente, non più prettamente maschilista ma aperta a chiunque, in cui ogni posizione, per quanto importante sia, può essere raggiunta indipendentemente se si è maschi o femmine. Un lavoro culturale che va applicato partendo dalle scuole ma coinvolgendo tutti quanti, perché cambiare una mentalità è un compito difficile che non deve essere limitato solo all’insegnamento scolastico, ma deve scardinare una “tradizione di pensiero” che vive praticamente da sempre.

Questo però è un processo che richiede molto tempo. Come nota qualcuno su Twitter:

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il tempo passa e di questo problema si continua soltanto a parlarne, senza mai arrivare ad una decisione definitiva.

Tanto per fare un esempio, già nel 2005 si parlava di una legge per le quote rosa, che prevedeva la candidatura di una donna ogni tre uomini già a partire dalle successive elezioni del 2006, che sarebbe divenuta una candidata donna ogni due uomini a partire dal 2011, con sanzioni che prevedevano la decurtazione fino al 50% dei rimborsi elettorali per chi non avesse rispettato questa alternanza. Una norma fortemente voluta dall’allora ministro Prestigiacomo, che però in Consiglio dei Ministri ottenne voto contrario da Pisanu, Giovanardi e Martino. Va sottolineato come questo ddl, presentato dopo la bocciatura di un emendamento simile alla discussione dell’allora legge elettorale, non è mai stato definitivamente approvato.

Discorso diverso per un’altra legge:
la n.120 del 12 luglio 2011
stabilisce delle quote rosa negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate, successivamente estesa anche per le società controllate dalla pubblica amministrazione.
Su tutto si deve sottolineare una cosa: con l’articolo 1 della legge costituzionale del 30 maggio 2003, all’articolo 51 della Costituzione Italiana è stata aggiunta una nuova frase alla fine:
”Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti della legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”

Ecco, quel “promuovere con appositi provvedimenti” è proprio ciò che intendono fare le quote rosa, in barba a quanti oggi parlano di norma incostituzionale, come ad esempio sta facendo Forza Italia con Francesco Paolo Sisto nel dibattito parlamentare. Il nodo della questione, comunque, resta ampiamente sul tavolo: va bene garantire uguali condizioni di partenza, ad esempio utilizzando la preferenze, ma come si può garantire l’uguaglianza di genere in un Paese che la meritocrazia non la vede nemmeno col binocolo? Come si può garantire uguale rappresentanza in un ambito dove il concetto di “supremazia maschile” è ancora fortissimo? Come si può garantire uguale rappresentanza volendo garantire uguali condizioni di partenza, quando anche la “corsa” presenta handicap per le donne?

Intanto nel dibattito parlamentare le votazioni sugli emendamenti per le quote rosa hanno avuto questo esito:

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Tutti bocciati, tutti respinti. Tra l’altro, come nota Francesca Schianchi, anche nelle file del Partito Democratico ci sono stati dei voti contrari:

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Pd, ricordo, che aveva lasciato libertà di coscienza sul voto. A fine votazioni Matteo Renzi, segretario del Pd e primo ministro, affida a Facebook questa dichiarazione:

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E qui, perdonatemi, però mi sembra un po’ un lavarsi la coscienza di fronte ad una grande occasione persa. Va bene, bello che il Pd continuerà ad applicare l’alternanza di genere, ma qui non era in discussione quello che ha fatto e farà il Pd, qui era in discussione quello che dovrà fare la politica italiana nella sua totalità, e dopo questo voto la politica potrà continuare a relegare le donne ai margini. Quanti meno si sarebbe potuta approvare l’alternanza di genere per tutti: anche questa invece è stata un’altra occasione persa.

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Categorie:Politica

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