Il ciclismo e il doping

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Quando si parla di doping il pensiero corre veloce sempre ad uno sport: il ciclismo. Del resto, nessun altro sport ha vissuto una serie di scandali così lunga, in cui sono praticamente finiti i campioni degli ultimi 15/20 anni. Uno stillicidio ben raccontato in questo articolo de Linkiesta, dove le battute di apertura recitano: “Chi vincerà il prossimo Tour de France? E quando si scoprirà che il vincitore era dopato?”. Emblematico, per dire, fu il caso di Floyd Landis, che vinse il Tour del 2006 e si vide revocata la vittoria pochi giorni dopo.

Ma i nomi di ciclisti caduti a vario titolo nelle maglie dell’antidoping sono tanti: Pantani, Armstrong, Zulle, Ullrich, Beloki, Kloden, Basso, Escartin, Moureau, Rumsas, Botero, Vinokurov, Berzin, Gotti, Simoni, De Luca, Scarponi, Contador, Landis. E tanti altri sono finiti fra i sospettati, tipo Tonkov, Savoldelli, Menchov, Ballan, Santambrogio. Ogni volta si promuovono operazioni sempre più grandi, estese, spettacolari anche, ogni volta i nomi coinvolti sono altisonanti, importanti, ma immancabilmente il doping non si ferma, non si riesce a bloccare questa pratica. Viene spazzato via qualcuno, e altri ne prendono subito il posto.

Sentire a distanza di anni dei campioni come Rijis, Ullrich, Armstrong, ammettere di essersi dopati e giustificarsi dietro il più scontato “Tanto lo facevano tutti”, è incredibilmente scoraggiante. Ma purtroppo è vero: lo facevano tutti, e tutti i controlli antidoping, anche quelli attuali che vengono considerati molto sicuri con l’introduzione del passaporto biologico, non riescono nell’intento di fermare questa pratica. In tutto questo, si sono sviluppate due scuole di pensiero.

La prima la possiamo sintetizzare con la proposta di Michael Shermer, ciclista dilettante, che propone questo:

1. Immunità a tutti per il doping assunto in passato (in base al presupposto che tutti si dopavano).
2. Aumento del numero degli atleti sottoposti a test, soprattutto prima delle gare.
3. Aumentare le sanzioni: squalifica a vita in caso di conferma di test positivo e obbligo di restituzione del denaro guadagnato.
4. Squalifica dell’intera squadra se anche un solo membro viene trovato positivo.

Un metodo molto aggressivo atto a scoraggiare chi pratica il doping. Alcuni si sono chiesti: è fattibile? Davvero un così grande inasprimento delle pene potrà fungere da deterrente? Da un lato potrebbe sicuramente funzionare, spesso pene più severe scoraggiano le pratiche che condannano. Il problema sorge nel momento in cui queste pratiche vengono perseguite con strumenti obsoleti, o sempre arretrati rispetto ai progresso di chi infrange la legge.

Altri hanno invece proposto un’idea completamente opposta. È il caso di Ettore Torri, capo della Procura Antidoping del Coni, che ha parlato esplicitamente di “legalizzazione del doping”, concetto ripreso recentemente anche da De Luca, e sostenuto da un discreto numero di ciclisti. Probabilmente quella di Torri è stata una provocazione, stante l’incapacità dei controlli a prevenire il fenomeno, ma la discussione è avviata e, pare, considerata anche fondata. E probabilmente spiega in parte anche il fatto raccontato nel blog di CyclingPro.

Trentennale del Record dell’Ora di Moser, ottenuto nel gennaio del 1984. Si fa una festa per ricordare quell’evento e fra gli ospiti, seduto fra Moser e Cassani ecco spuntare Francesco Conconi, medico discusso e chiacchieratissimo. Per intenderci il medico che nel 2004 sfuggì ad una condanna per quanto riguarda il doping per avvenuta prescrizione. I giudici, su di lui, scrissero questo:

“…Non può pertanto negarsi la gravità e univocità del quadro probatorio nei confronti degli imputati… Gli imputati hanno per alcuni anni e con assoluta continuità fiancheggiato gli atleti elencati nel capo di imputazione nella loro assunzione di eritropoietina, sostenendoli e di fatto incoraggiandoli nell’assunzione stessa con la loro tranquillizzante e garante rete di controlli dello stato di salute di esami, di analisi, di test tesi a valutare ed ottimizzare gli esiti dell’assunzione in vista dei risultati sportivi, quindi realmente interagendo nel “trattamento” e, favorendo, come a loro contestato, nonché, logicamente, fornendo tutti i supporti logistici atti a prolungare nel tempo l’assunzione di eritropoietina…”

Il discorso etico e medico sulla questione doping è molto complesso. Sul secondo aspetto, non essendo un medico, trovo difficoltà a potermi esprimere. Sul primo, invece, le cose da dire sarebbero quasi fin troppe: chiedersi non soltanto se è giusto doparsi, ma se è giusto che possano farlo solo alcuni, di fatto falsando i risultati. Chiedersi se con tutti gli atleti dopati sia davvero un falsificare i risultati delle gare. Chiedersi il perché non si riesce davvero ad incidere a fondo colpendo chi ne fa uso. Affrontare davvero senza tabù anche proposte shock come quella avanzata da Torri. Quali vantaggi e quali svantaggi può portare?

Da ragazzino seguivo un po’ il ciclismo, e mi ricordo che sentivo una profonda vergogna, una profonda ingiustizia per quei ciclisti battuti da atleti dopati. Pensavo ai loro sforzi per mantenersi allo stesso livello, e mi domandavo alternativamente se i dopati non avessero vergogna di barare in questo modo, e se quelli puliti non ne avessero le tasche piene di dover sempre faticare il doppio. Poi, crescendo, capii che i primi non si vergognavano affatto, o lo facevano in maniera postuma, sbrigando la pratica col già citato “tanto lo facevano tutti”. E i secondi, quelli puliti, non ne avevano le tasche piene per il semplice motivo che prima o poi, sarebbero finiti anche loro coinvolti in qualche simile giro.

Forse l’unica vera vittima in tutto questo è il tifoso, quello che si ostina a voler credere che ci siano atleti impavidi e coraggiosi, puliti, che non cadono in tentazione. Lo hanno pensato spesso, venendo smentiti, lo pensano ancora e continueranno a pensarlo in futuro. Anche per loro, forse soprattutto per loro, questo argomento andrebbe affrontato e definitivamente chiarito.

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Categorie:Sport

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