E noi, cosa stavamo facendo?

Tempo fa ho letto un articolo e d’istinto avrei voluto parlarne subito, ma ho lasciato correre un po’ di tempo. Probabilmente l’ho fatto anche per dargli il tempo di sedimentarsi, di “maturare” un po’ dentro di me. Mi è tornato in mente quando su Facebook mi sono imbattuto in questo status di Natalino Balasso:

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A molti potrà sembrare un ragionamento qualunquista, e per una parte può esserlo. Ma è altrettanto, se non di più, vero e reale. Guardiamoci indietro: quanto volte abbiamo preferito non farci fare fattura per pagare di meno? Molto spesso lo si è fatto perché non si avevano i soldi per pagare quel lavoro di cui avevamo bisogno, e chi ha fatto il lavoro, furbescamente, ci ha proposto di pagare in nero, “così risparmiamo tutti e due”. E noi abbiamo accettato. Abbiamo preferito risparmiare immediatamente un po’ di denaro, contribuendo a contrarre le risorse per tutti i servizi gratuiti che ci vengono garantiti.

L’articolo di cui parlavo all’inizio, e che sviluppa un ragionamento proprio su questo aspetto, è stato pubblicato su Linkiesta e ve ne voglio riportare un breve stralcio:

“…Se l’Italia fosse una donna, e gli italiani fossero il suo uomo, quella come minimo si scoperebbe il suocero e avrebbe pure diritto di farlo. Perché se una relazione si fonda sullo svilimento, sullo sfruttamento, sulla menzogna, sull’indecenza, sull’arrivismo, sul familiarismo, sulla violenza (contro il territorio, contro il paesaggio, contro il patrimonio culturale, contro i giovani), embé cos’è che vogliamo, poi? Che quella ci ami e ci sia fedele? Cosa abbiamo dato a questo Paese, per pretendere adesso? Che cittadini siamo stati? Che cittadini siamo stati ogni volta che non abbiamo fatto la raccolta differenziata, ogni volta che non abbiamo pagato le tasse, ogni volta che abbiamo illegittimamente usufruito di privilegi cui non avevamo diritto, ogni volta che “ci sarebbe il figlio di mio cugino da sistemare”, ogni volta che abbiamo trovato le scorciatoie, ogni volta che non abbiamo premiato il merito, ogni volta che abbiamo anteposto il nostro culo al culo della collettività, ogni volta che abbiamo rinunciato al nostro diritto al voto, ogni volta che non abbiamo preso posizione su argomenti sui quali era obbligatorio prendere posizione, ogni volta che abbiamo parcheggiato in un posto per disabili, ogni volta che facendo una manovra abbiamo distrutto un’automobile parcheggiata e siamo andati via senza lasciare il nostro numero al proprietario per pagargli i danni, ogni volta che dal medico abbiamo detto “faccia pure senza fattura”, ogni volta che abbiamo spacciato l’imbroglio per “arte di arrangiarsi”, ogni volta che abbiamo costruito abusivamente, ogni volta che abbiamo sottopagato il lavoro di qualcuno. Ogni volta, tutte quelle volte, che italiani siamo stati?..”

È una domanda che tutti dovremmo porci, una domanda per cui la maggior parte delle persone prova vergogna, perché sappiamo tutti (benché si sostenga il contrario) che un piccolo pezzetto di colpa l’abbiamo anche noi. Un piccolo pezzetto di colpa ce l’ho anch’io che sto scrivendo, e lo hai anche tu che stai leggendo. L’ipocrisia che ci fa sbottare con un “Mai! Io non ho mai fatto nulla di male!” sarebbe anche ora di metterla da parte.

Il cambio richiesto è profondo e non si limita agli usi o alle idee, ma riguarda anche la cultura, un cambiamento di mentalità necessario che non sarà assolutamente facile. Per iniziare (tanto per dire) si potrebbe iniziare a non dare sempre la colpa dei nostri problemi agli altri: come primo passo non sarà troppo difficile evitare di continuare a scaricare la colpa della nostra disgraziata situazione sempre e solo sugli altri?

Perché siamo molto capaci di lamentarci dei politici che rubano, dei politici che se ne fottono dei propri cittadini, delle banche che non aiutano chi fa impresa, della Chiesa che predica umiltà ma vive nello sfarzo, dell’Europa che pensa solo a drenarci soldi e risorse, quell’Europa che ci rende solo più poveri con una moneta unica che sempre più persone vedono come una sciagura. Siamo capacissimi a farlo, indicando di volta in volta i colpevoli del nostro star male, i mandanti della crisi in cui ci troviamo quasi ad annegare, con l’acqua che ormai è arrivata alla bocca. Li indichiamo come colpevoli anche per colpe pregresse, che partono da ben prima che certe istituzioni o meccanismi esistano. Li indichiamo come colpevoli perché è più facile guardare gli errori degli altri piuttosto che prendere coscienza dello sporco che ci portiamo dentro.

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Categorie:Riflessioni

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