NonRecensione – 45: Il Capitale Umano

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Ci sono film di cui, per me, è difficile scrivere: non tanto per il non sapere cosa scrivere, quanto perché avrei voglia di scrivere molto, e avrei paura di scrivere delle stupidate che non renderebbero giustizia a film che mi sono molto piaciuti. Questo è il caso de “Il capitale umano”. Intanto, per non sbagliare, guardiamo subito i voti: Comingsoon gli assegna un 7,4/10; Mymovies un 3,80/5; Imdb un 7,8/10. Voti alti, voti importanti.

Il film è ambientato in Brianza e parla di due famiglie molto diverse, ma che vivono vicende molto intrecciate. Una è la famiglia di un grande raider finanziario senza grossi scrupoli, con una moglie che è stata in gioventù un’attrice di teatro e oggi vive stordita nell’opulenza della vita confezionata dal marito, e un figlio spaccone e un po’ gasato che vive in bilico fra il sentirsi il migliore e il rivelarsi molto più fragile di quel che pensi. L’altra è la famiglia di un piccolo immobiliarista separato che vuole a tutti i costi compiere la propria scalata sociale, con una compagna psicologa che è incinta del loro bambino e una figlia grande, avuta dal padre con la moglie, fidanzata col giovane rampollo prima citato ma intenzionata a lasciarlo.
Le vite di queste famiglie andranno a stringersi per via di alcuni eventi: l’entrata del piccolo immobiliarista nel fondo fiduciario del finanziere e un incidente, avvenuto di notte, in cui un grosso fuoristrada colpisce un ciclista, un cameriere che aveva finito il proprio lavoro e stava tornando a casa dalla moglie e dai figli.

Tratto dall’omonimo romanzo di Stephen Amidon, è un film che colpisce duro allo stomaco, in modo diretto, senza troppi complimenti. È come guardare uno specchio che non riflette semplicemente l’immagine di chi osserva, ma ne descrive e mette in fila tutte le meschinità e le crudeltà di cui l’animo umano è capace. Menzogna, cupidigia, avarizia, strafottenza, menefreghismo, cinismo, noncuranza: una carrellata di pennellate horror che lascia lo stomaco un po’ contorto. Ottimamente tratteggiati i personaggi, nei loro modi di fare, di parlare, nella gestualità, tanto da sembrare incredibilmente veri, reali, che a pensarci quasi si potrebbero sovrapporre senza problemi a qualcuno che si conosce (e io ammetto di aver rivisto alcune persone che conosco in alcuni personaggi).

Un film molto amaro, che molto ha dato da discutere per via delle polemiche suscitate, dove lo si accusava di essere menzognero verso chi in Brianza ci abita. Ma questa ambientazione non è esclusiva, cioè i fatti che vengono narrati non sono esclusivi di quel posto, ma comuni a tutta una società occidentale in cui si è passati oltre alla competizione e si è arrivati dritti all’ingordigia, alla conquista sfrenata di tutto il possibile, e spesso anche dell’impossibile. Ecco, forse l’unico personaggio a non esser abbastanza delineato è quello del cameriere travolto dal fuoristrada, che appare come di sfuggita nel film, quasi a voler rimarcare il proprio ruolo di vittima in una società che corre in modo sfrenato e non si preoccupa di chi travolge. E una volta finito il film, come giustamente osserva Gilioli, l’unica domanda che resta in mente a ognuno è: ma quanto vale la mia vita?

Ottimamente scelto il cast: Fabrizio Bentiviglio è Dino Ossola, il piccolo immobiliarista; Valeria Golino è Roberta Morelli, la compagna psicologa di Dino; Matilde Gioli è Serena Ossola, la loro figlia; Fabrizio Gifuni è Giovanni Bernaschi, il ricco finanziere; Valeria Bruni Tedeschi è Carla Bernaschi, la ricca è svogliata moglie di Giovanni; Guglielmo Pinelli è Massimiliano Bernaschi, il rampollo della famiglia ricca. Poi ci sono alcuni personaggi solo formalmente secondari, ma importanti e fondamentali nell’ingranaggio completo che fa funzionare il film: Giovanni Anzaldo è Luca Ambrosini, un ragazzo in cura da Roberta che si innamorerà di Serena; Luigi Lo Cascio è Donato Russomanno, un professore a cui Carla affiderà la direzione di un teatro da restaurare; Bebo Storti che interpreta l’ispettore di polizia che condurrà le indagini sull’incidente. Tutti protagonisti di ottime interpretazioni, sotto ogni punto di vista. Piccola menzione per Bentiviglio, bravissimo nell’interpretare Dino e nel riuscire a restituire tutto il senso di sgradevolezza, fastidio e irritazione che provoca il suo sfrenato arrivismo e il suo spietato cinismo, e per Matilde Gioli, attrice non professionista che, come ha dichiarato, pensava di fare un provino per un ruolo da comparsa e invece si è ritrovata nel ruolo di uno dei protagonisti. Una prova convincente.

La regia è di Paolo Virzì, ed è davvero splendida: belle le inquadrature, buoni i tempi e le scelte fatte, anche per quel che riguarda le musiche. Non aspettatevi una commedia triste, non aspettatevi carezze dopo i pugni che vi sferra allo stomaco, non aspettatevi un film “contro” la Brianza perché non lo è (nonostante le polemiche di alcuni), non aspettatevi di ridere del cinismo dei personaggi perché quel cinismo è un po’ di tutti, e non fa affatto ridere. Come dice bene Luca Bottura “…Andate. Diffondete. Raccontate. Perché ci voleva un romanzo americano a scolpire sulla roccia le quattro parole che dovrebbero stare sotto lo stemma nazionale: “Qui nessuno è innocente”…”

Vi lascio col mio voto, che è un alto 9/10, e con queste parole:

Carla: “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto”.
Giovanni: “Abbiamo vinto, ci sei anche tu tesoro”.

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