La politica del compromesso e l’antipolitica

Si dice sempre che la politica dovrebbe recuperare, ricostruire quel rapporto con gli elettori ormai logoro e spezzato in più punti, ma quasi nessuno (al momento) si impegna concretamente per fare tutto questo. Si continua a veleggiare per slogan, frasi a effetto troppo spesso vuote e facilmente male interpretabili, e questo non fa che accrescere il senso di disagio delle persone verso la politica, continuando a scavare quel solco che le divide irrimediabilmente.

Prendiamo ad esempio questo dato:

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Ormai, la metà delle persone vorrebbe una politica più radicale, fatta da scelte più nette, definite, meno di compromesso. In Italia si potrebbe dire che gli elettori non vogliono più una “politica democristiana”, ma vanno a preferirne una più estremista. Perché accade questo? Probabilmente tra le motivazioni non c’è solo un discorso di politiche del compromesso e del meno peggio, di fondo c’è sempre quella delusione continua che gli elettori hanno provato negli ultimi 20 anni, in cui il rapporto fra promesse realizzate e promesse fatte si è attestato su percentuali da zero virgola qualcosa. Praticamente il nulla. Non per niente siamo sempre in attesa delle famigerate riforme: quella del lavoro, quella sulla giustizia, quella sull’organizzazione dello Stato, quella sulla sanità, quella sull’istruzione, quella sul fisco, quella (seria) sulla previdenza, giusto per citarne alcune che vengono promesse ad ogni tornata elettorale, salvo poi trovarsi (se va bene) mezze riforme che, nella maggior parte dei casi, peggiorano la situazione.

Posto tutto questo non sorprende questo dato:

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La tanto citata antipolitica, per il 44% delle persone ha come obiettivo quello di “trovare nuove forme di politica”, mentre per un 17% significa rinnovare gli attuali partiti. Per un 61% di persone questa antipolitica ha lo scopo di portare un cambio radicale e non tiepido, un cambiamento profondo che non lasci nulla dei meccanismi e delle ombre oggi ancora presenti. Un nuovo importante segnale di cambiamento che non si potrà ignorare ancora a lungo.
Per onor di informazione va sottolineato anche che per un 26% di persone, questa antipolitica è funzionale solo ad una mera protesta, che risulta vuota di proposte.

E arriviamo al terzo dato interessante:

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Viviamo un periodo di crisi, le difficoltà sono molte, e per molti sono anche in aumento. Chiedendo cosa dovrebbero fare le persone in questo periodo, ben il 62% da una risposta inequivocabile: “Cercare di organizzare azioni collettive per cambiare le cose e aiutarsi reciprocamente”. Una risposta che può sembrare generica ma che contiene dentro di se alcuni sbocchi, dalle ipotesi di unione di associazioni per la creazione di un, chiamiamolo, welfare sociale condiviso, fino a ipotesi più estremiste che possono prevedere azioni di ribellione contro l’attuale status quo. Poi, ovvio, dal parlare di ribellione al fare una ribellione il passo è molto lungo, e anche su questo tema si sono sentite negli anni minacce varie di rivoluzioni o agitazioni di piazza che poi si sono sistematicamente sciolte come neve al sole. In tanti minacciano “se non si farà questa cosa allora il popolo scenderà in piazza”, ma fondamentalmente in piazza non scende mai nessuno, se non per grandi manifestazioni più o meno violente che si risolvono nel giro di un paio di giorni. Ci sono quanti fanno sit in o picchetti a oltranza, ma solitamente sono piccoli gruppi di persone, concentrate in lotte ben specifiche.

Chiudo sottolineando anche il forte senso d’individualismo che esiste e resiste: per il 22% delle persone serve “Cercare di sopravvivere concentrandosi sulle proprie necessità e farcela da soli”, una risposta in controtendenza a quella di unione e collaborazione sopra citata, e che risulta in parte figlia dell’individualismo troppo spesso pompato negli ultimi decenni.

Insomma, la crisi è sempre grande e il grido di insofferenza delle persone verso una politica sempre più incapace di rapportarsi con loro e di capirli, è sempre più crescente. Servirebbe iniziare a scardinare certi sistemi di potere, che pensano più alla propria conservazione che al bene del Paese, e la domanda principe allora diviene: chi potrà riuscire in tutto questo? Chi avrà la forza e la volontà di oltrepassare questi ingranaggi, senza farsi stritolare, per creare un sistema completamente nuovo?

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Categorie:Attualità

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