Bocciato il referendum svizzero

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Spesso si dice che serva guardare all’estero per imparare (e importare) soluzioni o idee che potrebbero aiutare l’Italia a risollevarsi. Tra le cose indicate ad esempio da molti ambienti della sinistra italiana c’era un referendum svizzero, che mirava a stabilire un vincolo per cui un manager non potesse avere uno stipendio di oltre 12 volte quello di un dipendente con salario minimo nella stessa azienda.

Un provvedimento che sarebbe stato valido per tutti i manager, pubblici e privati, e che arrivava dopo la cosiddetta “iniziativa Minder”, dal nome del piccolo imprenditore che l’ha promossa, che stabilisce come i compensi dei manager, per le società quotate, debbano passare prima dall’assemblea degli azionisti. Insomma, questo referendum mirava a restringere ancora di più i cosiddetti privilegi del gruppo dei manager, quello che viene spesso identificato, al pari dei politici, come una vera e propria casta. Il tutto nato sull’onda dell’indignazione scatenata dalla crisi del 2007-2008 e dagli eccessi venuti a galla negli ultimi anni.

Ma, sorpresa delle sorprese, alla fine questo referendum non è passato: gli svizzeri hanno deciso che non serve fissare un tetto alle retribuzioni dei top manager, e hanno ritenuto reale il rischio che tale vincolo avrebbe comportato, cioè l’abbandono totale o parziale delle grandi aziende che con tutta probabilità non avrebbero accettato di legarsi le mani con questo vincolo.
Ma c’è anche un altro aspetto da considerare: questa soglia, che avrebbe abbassato i compensi a molti manager, avrebbe potuto comportare anche un calo degli introiti per il fisco, e di conseguenza anche di quelli del sistema pensionistico. I sostenitori del referendum risposero che quest’ultimo era un problema risolvibile con aumenti salariali nelle fasce medie e basse, ma gli elettori che hanno votato non ci hanno creduto.

Netti i numeri: l’affluenza è stata del 53,6%, la più alta di tutti i referendum degli ultimi cinque anni, dove l’affluenza media si attestava sul 44%. Segno che l’argomento ha interessato una fascia maggiore di persone. Alla fine, il 65,3% dei votanti si è detta contraria a questo tetto, di fatto salvando i compensi dei grandi manager. Da segnalare anche come il voto sia stato omogeneo ovunque, con punte del 68% di no a Zurigo e addirittura del 70% a Lucerna. Solo nel Canton Ticino la vittoria è stata risicata, coi favorevoli a questo vincolo arrivati al 49%.

Risultato che ha fatto contenti i membri del governo, in particolare il Ministro del Lavoro Johan Schneider-Amman, che ha affermato che “In questo modo resteremo un mercato economico e finanziario attrattivo per gli investitori”.
Nettamente contrario invece il Presidente dei Giovani Socialisti Elvetici, David Roth, che ha tuonato “Il sistema economico dei salari a sette cifre e della speculazione finanziaria non ha avvenire. Promettiamo tutto il nostro impegno a favore di un’economia più giusta, più democratica e più libera”.

Alcuni potrebbero interpretare questa bocciatura come la cancellazione delle indignazioni sorte a partire dalla crisi del 2008, ma in realtà una legge in quel senso esiste già (la legge Minder) e forse l’indicazione reale che esce dalle urne è quella che il popolo elvetico non vuole passare da un estremo in cui si è senza regole, ad un altro estremo in cui troppe regole rischiano di avere effetti negativi sul mercato e sull’economia.
Il risultato avrà probabilmente impatto anche all’estero, probabilmente potrebbe averlo anche in Italia. Quanti indicavano il popolo svizzero come socialmente avanzato per questa proposta, cosa risponderanno ora di fronte a questa sonora bocciatura?

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Categorie:Attualità, Politica

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