La cultura della sconfitta

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Ad ascoltare le dichiarazioni dei quattro candidati al Congresso del Pd c’è di che rimanere un po’ interdetti: tutti contenti, tutti soddisfatti per un risultato che “va oltre le nostre aspettative”, tutti che si considerano a vario titolo vincitori. Una situazione francamente un po’ grottesca: se tutti si dichiarano vincitori, chi è uscito sconfitto da questa fase congressuale? I più arditi avanzano l’idea che lo sconfitto sia il primo, perché non ha raggiunto almeno il 50% delle preferenze, asserendo che invece per gli altri è stato un successo.

Ecco, al di la di queste mirabolanti teorie per cui dato che il primo ha perso allora tutti gli altri hanno vinto, io penso serva ricordare ancora (visto che già alcuni provarono a farlo in passato) che servirebbe imparare una cosa che è completamente sconosciuta qui in Italia: la cultura della sconfitta. Una cultura da imparare che, si faccia bene attenzione, interesserebbe ampie parti della società, non solo quella politica. Vi faccio un esempio:

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Queste sono le parole di un tifoso della curva dell’Olimpia Milano di basket: “Nello sport conta solo vincere”. Con tanti saluti al Barone de Coubertin, che citando il vescovo Ethelbert Talbot disse: “L’importante non è vincere ma partecipare.
La cosa essenziale non è la vittoria ma la certezza di essersi battuti bene”
.

Noi, in Italia, non lo sappiamo fare: qui nessuno ammette di aver perso, quasi fosse un’onta incancellabile, un disonore talmente grande da macchiare indelebilmente l’immagine di una persona, arrivando a volte a trattarlo quasi come fosse un emarginato.
Qui nessuno dice mai “Abbiamo perso”. Tipo, per tornare alla politica, alle elezioni del 2006: Prodi vinse con uno scarto di pochissimi voti, e Berlusconi subito iniziò a martellate dicendo che era lui ad aver vinto. Era arrivato secondo, certamente di pochissimo, ma era secondo, invece per tutti diventò anche lui il vincitore.

Mi chiedo: dov’è il disonore nell’ammettere che l’avversario è stato più forte? Dov’è il dramma nel dire che nonostante il grande impegno profuso, si è stati sconfitti? Si teme davvero di essere sminuiti se si ammette una sconfitta? L’onestà nell’ammettere i propri limiti e i propri errori dovrebbe essere, invece, un punto di forza delle persone, non un elemento di derisione. Quel tifoso di prima scriveva: “Qualcuno diceva che la grandezza di un uomo si rivela quando questi sa ammettere i propri limiti”, lasciando sottintendere che riconoscere dei limiti significa ammettere di non essere portati per la competizione, magari di essere dei mediocri, degli incapaci. Invece andrebbe ribaltata la prospettiva: ammettere i propri limiti significa esser consci delle proprie capacità, sapere quanto puoi dare e quanto hai ancora da migliorare. Sapere che hai sempre da imparare, perché non sarai mai pronto abbastanza per poter vincere.

Invece conta solo vincere, e anche se si perde si punta di più a costruire un’apparenza in cui si faccia passare il proprio risultato come una vittoria.
Può sembrare assurdo, ma la mia speranza è che si impari anche a perdere. In questo sarò un po’ sciovinista e di parte, ma forse il discorso della sconfitta fatto da Renzi alle primarie del 2012 è davvero qualcosa da mandare a mente e da non scordarsi mai.

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Categorie:Riflessioni

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