#iostocon

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Piccolo pensiero del lunedì mattina: vi ricordate le polemiche sulla “personalizzazione della politica”? Quelle dove solitamente qualcuno attacca uno o più suoi avversari, accusandoli di basare le propria campagna elettorale più sul proprio nome che sui propri contenuti. Anche se alcuni ritengono questa evoluzione acritica, io invece penso che una critica sia sensata, specialmente in un momento come questo dove le idee hanno prepotentemente bisogno di farsi largo e farsi vedere.

C’è chi attribuisce questa deriva, chiamiamola così, all’ingresso in campo di Berlusconi nel 1994. In parte è vero, fu lui a rivoluzionare il modo di fare comunicazione in politica, attingendo a piene mani anche dagli usi e costumi stranieri, americani in primis, anche se raramente all’estero riuscirebbero ad arrivare ai livelli a cui siamo giunti qui in Italia.
Oggi, invece, assistiamo ad una carica di rinnovamento, ad una voglia di cambiare i paradigmi del fare politica professata da tutti i principali attori di questo spettacolo.

Ma c’è sempre un ma. E lo si scopre, ad esempio, leggendo un po’ su Twitter: hashtag come #iostoconcivati o #iostoconrenzi non sono propriamente un sistema per parlare delle loro idee, quanto più un modo per affermare il proprio posizionamento attorno a un nome. Da l’idea di un modo di fare quadrato in senso corporativo, di un dividersi in squadre solo per il nome e non per i contenuti, un modo che a parole un po’ tutti vorrebbero scardinare. O un po’ anche come l’ormai vecchio #tuttixbersani usato nelle primarie dello scorso anno, per capirci meglio.

Intendiamoci ancora: come accennato prima anche all’estero usano il nome del candidato per fare campagna (esempio: #Clinton2016 per sponsorizzare la candidatura di Hillary Clinton come Presidente Usa), ma l’esasperazione e la sistematicità con cui viene fatto qui da noi a discapito della maggiore comunicazione d’idee, ha raggiunto ormai livelli quasi imbarazzanti.

Più che un “iostocon” (aggiungete nome a piacere), non sarebbe più elegante un “lamiaideadi” con cui far valere la propria visione di partito o di nazione? Alla fine un candidato è solo una specie di vettore, più o meno buono, che percorrerà uno spazio limitato e definito, mentre l’idea che sostiene (si spera) vivrà e proseguirà ancora a lungo. E invece, ci troviamo candidati che criticano gli avversari perché personalizzano troppo la propria campagna sul proprio nome, e si trovano poi hashtag che ricalcano le medesime dinamiche.
Dev’essere proprio uno strano scherzo del destino.

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Categorie:Politica

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