La ricchezza e l’uguaglianza

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Presa Diretta di Riccardo Iacona è tornata, e come prima puntata ha scelto un tema forte: la ricchezza e la povertà, in un impietoso confronto della realtà italiana. Puntata che ha scatenato subito diverse polemiche, e alcuni articoli anche risentiti. Fra gli altri, ho trovato questo articolo de Linkiesta (che non condivido, se non per alcuni aspetti), ma non è tanto sull’articolo che vorrei concentrarmi: quello lo trovo eccessivamente astioso e ugualmente fazioso, nonostante chi lo ha scritto si lamenti a sua volta della faziosità di Iacona. Vorrei invece prendere spunto da una parte di uno dei commenti dei lettori che si possono leggere alla fine del suddetto articolo, che devo dire mi ha un po’ colpito:

“…i “liberi cittadini” che possono permettersi le case (e altri succulenti affari fuori bordo) lo fanno a danno di qualcuno, poiché i loro guadagni derivano da un eccesso di surplus (perché la visione marxista è del tutto legittima e, mi spiace dirlo, l’articolo è fazioso molto più di quanto lo siano i destinatari della critica ivi espressa) e da una disparità economica intollerabile. Quella “libertà” è anche libertà di evasione fiscale, di furbe manovre finanziarie e quant’altro sia possibile a chi può aggirare molte leggi e norme perché dotato di poteri e strumenti utili a tale scopo…”

Ripensando ai molti commenti letti ieri durante e subito dopo la trasmissione, mi viene da domandarmi: ma che problema si ha con la ricchezza? Beninteso, con la ricchezza di chi rispetta le leggi, ovviamente. Se sono in regola, e posso permettermi una casa da 12 milioni di euro, perché non dovrei comprarmela? Se posso permettermi di tenere un vivaio in giardino, spendendo annualmente cifre a 5 zeri per mantenerlo, perché non dovrei farlo? Se posso permettermi di comprarmi uno yacht da 50 metri, perché non dovrei comprarlo? Non posso perché i miei guadagni derivano da un “eccesso di surplus” o da una “disparità economica intollerabile”? Intollerabile perché esistono tante persone che sono ridotte alle fame? Giusto, è vero, è una cosa intollerabile che esistano persone che non hanno di che mangiare, ma se io sono onestamente ricco, e pago le mie tasse, che altro dovrei fare? Privarmi di quanto guadagno? Vorrei vedere un tecnico specializzato, con uno stipendio di 1.500 euro, che rinuncia a 200/300 euro ogni mese perché c’è gente che non arriva a fine mese. E’ davvero questa l’unica soluzione che si vuole proporre?
Un sistema di tassazione equo dovrebbe prevedere aliquote tollerabili per tutti, non solo per chi è più povero.

Io pensavo che le risposte dovessero essere trovate dal welfare che lo Stato mette in campo, dalle sue politiche fiscali ed economiche. Politiche che devono salvaguardare tutti i cittadini se per davvero vogliamo considerare tutti uguali, altrimenti se chi ha più mezzi lo consideriamo un po’ meno uguale perché, beh, “tanto lui i soldi per cavarsela li ha”, allora possiamo anche smetterla di menarla con la storia dell’uguaglianza. Perché va bene dare le stesse chance a tutti, ma trovo insensato castrare chi sa lavorare meglio in modo da ottenere di più. Per far funzionare uno Stato non c’è soltanto la strada dello spremere chi ha di più, per salvaguardare chi ha di meno: è una strada che non funziona, soprattutto in Italia dove la percentuale di tassazione è già fra le più alte. Vogliamo innalzarla ancora? Alcuni studi dimostrano come, mediamente, molti imprenditori per pagare tutte le tasse lavorano per lo Stato per metà anno. L’altra metà invece resta in tasca a loro, rappresentando quello che sarà il loro guadagno. Vi sembra normale? Davvero? A me sinceramente no, e ricordandomi gli anni in cui ho gestito una piccola srl non mi viene da invidiare chi oggi fa impresa. Lo ammiro, perché penso debba avere uno sprezzo per il pericolo e per l’ignoto davvero grande, ma non lo invidio. Da piccolo ero portato a invidiare chi faceva impresa: persone che con fatica tiravano in piedi un’attività, ci investivano tempo e denaro. Oggi mi viene da guardarli con preoccupazione, pensando a quanti ancora dovranno chiudere, o dovranno continuare a fare i salti mortali per arrivare a fine mese con tutte le spese pagate, cercando di tenersi qualcosa in tasca.

Non mi piace, non mi piace affatto questo insinuante e strisciante indicare i ricchi quasi esclusivamente come evasori, come furbetti che non pensano ad altro che a pagare sempre meno, per potersi tenere sempre di più. Queste persone certamente esistono, ma è la generalizzazione verso la categoria, chiamiamola così, che mi fa provare un moto di rabbia. Se su 100 commercianti 70 non emettono scontrino, ha senso criminalizzare tutta la categoria? I 30 che mandano avanti onestamente la loro attività, cosa dovrebbero dire quando vengono tacciati di arricchirsi in modo illecito? Dovrebbero abbozzare perché molti altri lo fanno?

Unico appunto alla trasmissione di Iacona: mi va bene che la puntata sia stata montata per dare un impatto forte, per creare un forte contrasto fra le situazione di estrema ricchezza e quelle di estrema povertà, ma lasciar veicolare un messaggio tipo “Non è giusto che loro che hanno i soldi possano fare di tutto, mentre chi è alla fame non può fare quasi nulla”, lo trovo un po’ sbagliato. Non dico lo abbiano fatto intenzionalmente, conoscendo la professionalità di Iacona non lo mi pongo nemmeno il dubbio ma, purtroppo, alla fine il messaggio che a molti è arrivato, leggendo un po’ di frasi in giro per la rete, è proprio questo: “Guarda quei ricchi schifosi, saranno sicuramente degli evasori, mentre tanti devono andare alle mense dei poveri per avere un piatto di pasta”.
Molti scontano ancora un’ideologia figlia del “capitale sterco del diavolo”, dove la ricchezza è sempre vista come un’ingiustizia, a prescindere. Ecco: a me piacerebbe si facesse qualche passo in avanti, nella direzione del non dover considerare più colpevole qualcuno solo perché appartiene a una certa categoria sociale. In fondo, è anche questo un discorso di uguaglianza.

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Categorie:Riflessioni

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