Dieci Domande a: Riccardo Puglisi

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Riccardo Puglisi, ricercatore di economia politica, si è laureato in Economia (indirizzo Legislazione per l’impresa) presso l’Università di Pavia nel 1998, conseguendo poi un dottorato in Finanza Pubblica sempre presso l’Università di Pavia nel 2002 e un PhD in Economia presso la London School of Economics nel 2008.
Dal 2005 al 2007 è stato Visiting Lecturer in Metodi Quantitativi presso il dipartimento di Scienze Politiche del Massachussetts Institute of Technology, e dal 2007 al 2009 è stato Marie Curie Fellow presso l’ECARES, Université Libre de Bruxelles. E’ fellow del centro di ricerca Luca D’Agliano di Milano. I suoi temi di interesse riguardano la political economy, l’economia dell’immigrazione, l’economia pubblica, l’economia dei mass media e in particolare il loro ruolo politico.
Scrive su LaVoce e su Linkiesta, e se volete seguirlo questo è il suo profilo Twitter.

Prima di tutto la ringrazio per la disponibilità e le do il benvenuto su questo blog. Personalmente non sono un esperto di economia, sebbene trovi la materia discretamente interessante. Giusto per cominciare: da quanto ho letto recentemente, la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bis) ha richiamato all’ordine gli Stati membri chiedendo loro di fare le riforme strutturali da tempo rimandate, pena l’arrivo della catastrofe. Il punto in cui siamo è davvero così critico? Quali sono le condizioni dell’Europa, dei suoi Stati membri?

Ringrazio io per l’invito! Sono chiaramente un po’ schierato sul tema, ma direi che l’economia è qualcosa che ci avvolge tutti, ed è un misto di numeri e psicologia. Solo a prima vista si può definirla una scienza triste.

A proposito del tema delle riforme strutturali, l’idea sottostante a queste dichiarazioni è che il mercato del lavoro deve essere il più possibile lontano da una struttura duale, cioè caratterizzato da una distanza quasi invalicabile tra lavoratori iper-protetti e lavoratori precari. I lavoratori iper-protetti sono un fattore di rigidità e costo eccessivo per le imprese, mentre i lavoratori precari -a parte l’evidente problema di equità- finiscono per avere pochissimi incentivi ad accumulare capitale umano, con conseguenze negative per la capacità produttiva di ogni economia.

Una seconda area di riforme strutturali è quella del mercato dei prodotti, che in taluni casi sono contraddistinti da un livello insufficiente di concorrenza. In generale, i prezzi scendono -e i consumatori ne beneficiano- se le imprese che producono un dato bene o servizio si fanno concorrenza tra loro.

Anche una minore pressione fiscale, specialmente sul fattore lavoro, che è di fatto possibile se il livello di spesa pubblica è più basso, potrebbe essere ricompresa tra le “riforme strutturali” in senso lato, che migliorano le capacità di crescita delle diverse economie.

Ne hanno bisogno i paesi europei? Credo di sì, e soprattutto i paesi dell’Europa mediterranea, in cui naturalmente siamo inclusi anche noi…

Restando sempre a ciò che dice la Bis, “…il denaro a basso costo rende più facile prendere in prestito invece che risparmiare, più facile spendere invece che tassare, più facile che tutto rimanga lo stesso invece che cambiare…”. È un modo per cassare le ingenti iniezioni di denaro fatte delle banche centrali per sostenere il debito degli Stati?

L’andamento di un’economia è tipicamente fatto di oscillazioni, anche molto pronunciate come quella negativa in cui ci troviamo ora, iniziata con lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli USA nel 2007. Politiche espansive, fiscali e monetarie, hanno lo scopo di risollevare l’andamento del ciclo economico, riducendo la disoccupazione. Se l’economia comincia a riprendersi, queste stesse politiche rischiano di surriscaldarla, cioè di creare inflazione. Non solo: sia gli stati che le imprese possono badare meno all’uso intelligente dei capitali presi a prestito se i tassi di interesse sono bassi, ponendo le basi per una nuova situazione euforica fatta di spese eccessive e investimenti dissennati. Dunque in via di principio questa dichiarazione è piuttosto sensata, ma mi sembra che precorra un po’ i tempi, dato che la ripresa economica è ancora timida in alcuni paesi e lontana in altri.

In Giappone il Primo Ministro Abe ha programmato una serie di iniziative economiche che hanno preso il nome di Abenomics, volte a risollevare lo Stato dalla decennale depressione economica. Quale valutazione da a questa iniziativa? Come dicono alcuni, questo potrebbe essere un modello applicabile anche all’Italia e all’Europa?

Il primo ministro del Giappone Shinzo Abe ha proposto e sta implementando una politica fiscale espansiva, basata su investimenti pubblici, e sta spingendo per una politica monetaria altrettanto espansiva, che porti alla svalutazione dello yen rispetto alle altre monete, con lo scopo di spingere le esportazioni. Mi sembra una risposta non insensata alla lunga stagnazione del paese, che forse ha bisogno di uno sforzo espansivo coordinato. Bisogna sempre stare attenti a spinte inflazionistiche, mentre per quanto concerne il debito pubblico giapponese c’è una domanda interna sempre piuttosto robusta. Vedremo nel futuro l’andamento del PIL giapponese, e in particolare se è capace di una crescita sostenuta e stabile.

Non sono sfavorevole a politiche moderatamente espansive nell’ambito dell’Unione Europea e nella fattispecie dell’area Euro, tenendo presente il mandato piuttosto restrittivo della Banca Centrale Europea, la quale deve badare alla sola stabilità dei prezzi. Il problema europeo principale sta nella diversità dei diversi paesi, che hanno livelli molto eterogenei di debito pubblico rispetto al PIL: ogni politica fiscale centralizzata deve fare i conti con questa eterogeneità, che penso debba senz’altro diminuire nel medio termine.

Leggo che anche che la Federal Reserve presto potrebbe cambiare la sua politica monetaria, dopo lo “tsunami di liquidità provocato negli ultimi anni”. A livello pratico, quali conseguenze avrà questo cambio di rotta?

Valgono le considerazioni precedenti, pur riadattate al contesto specifico degli USA: ogni politica monetaria espansiva deve ad un certo punto rientrare, al fine di evitare un surriscaldamento dei prezzi dei beni e il gonfiarsi di bolle speculative, cioè la crescita esponenziale e insostenibile di certe classi di investimento, come le azioni e gli immobili.

Ritengo che il presente e il futuro presidente della Federal Reserve cercheranno una buona via di mezzo, per evitare di passare ad una politica più restrittiva troppo presto o troppo tardi. Può apparire banale, ma il detto latino “ne quid nimis” (niente di eccessivo) è un’ottima descrizione di una politica monetaria ben fatta.

Intanto in Italia sono in molti a chiedere che lo Stato organizzi un massiccio piano di finanziamenti pubblici per far ripartire il Paese, arrivando se necessario anche a nazionalizzare aziende o banche e trovando le coperture finanziarie da una nuova tassazione dei ceti alti, con conseguente redistribuzione di reddito. Sarebbe una soluzione praticabile o rappresenterebbe un rischio troppo grosso per i conti pubblici?

Bene investimenti pubblici ben focalizzati, ovvero scelti sulla base di un’analisi costi-benefici attenta. A livello italiano ritengo che la politica economica migliore passi attraverso una riduzione della spesa corrente che consenta una riduzione importante delle imposte. Il keynesismo all’amatriciana non mi sembra la soluzione giusta per il nostro paese: abbiamo bisogno di imposte più basse e meno variabili. Sul tema della redistribuzione del reddito, temo che molti non si siano accorti che la versione di IMU introdotta dal governo Monti consiste in un’imposta patrimoniale progressiva, a motivo del trattamento più pesante delle seconde case ed ancor più pesante degli immobili affittati. L’unica redistribuzione aggiuntiva che vedo utile ad oggi è quella che passa attraverso una maggior valorizzazione del capitale umano dei cittadini, specialmente dei più giovani, a scapito di un modello di capitalismo misto in cui i salari crescono (crescevano) sulla base del solo livello di anzianità.

Alcuni ipotizzano addirittura un’uscita dell’Italia dall’Euro, per poter tornare ad una Lira fortemente svalutata. Quali conseguenze avrebbe questa uscita? Quali scenari si aprirebbero per l’Italia e per l’Europa?

Ritengo estremamente improbabile, oltre che dannosa, un’uscita dell’Italia dall’area Euro. Rispetto al vantaggio (innegabile) di una svalutazione per le esportazioni italiane, vedo una serie di rischi e di costi. Il rischio principale è per la stabilità degli istituti di credito italiani: a meno di implementare un’uscita dall’Euro in un weekend senza che nessuno ne sappia niente prima, non mi stupirei di una corsa agli sportelli bancari qualora l’ipotesi di uscita si facesse più concreta. Vedo poi un costo nel fatto che le imprese italiane potrebbero preferire l’opzione di drogarsi con svalutazioni competitive piuttosto che di investire in aumenti di produttività.

Al di la delle riforme strutturali che diventano ogni giorno sempre più urgenti, quale potrebbe essere secondo lei una exit strategy efficace per portare l’Italia, e l’Europa, fuori dalla crisi?

Io apprezzerei un percorso fatto da meno spesa pubblica corrente, minori imposte, e un incremento di investimenti pubblici intelligenti. Questo percorso farebbe soprattutto bene all’Italia…

Cambiando argomento, come collaboratore di LaVoce.info nel 2012 ha scritto, con Valentino Larcinese, un pezzo sul libero accesso dei cittadini agli atti e ai documenti prodotti dalla Pubblica Amministrazione. Parlava dell’avvio della campagna per un “Freedom of Information Act” italiano, e io vorrei chiederle: a che punto siamo con questo progetto? Come valuta nel merito le intenzioni del governo Letta?

Sono molto radicale sul tema: penso che per le pubbliche amministrazioni la regola dovrebbe essere la trasparenza, e l’opacità un’eccezione dettagliatamente giustificata. Confesso di non avere seguito con attenzione gli ultimi passaggi del governo Letta sul tema, ma spero che, una volta gestita con decisione e lungimiranza la parte di finanza pubblica, il governo dedichi energie e intelligenza anche a questo capitolo di riforma della macchina statale.

Anche per lei le ultime due classiche domande: quali sono i tre personaggi, o le tre persone, che hanno segnato la sua vita?

Domanda difficilissima! Propongo tre nomi collettivi, cioè la mia famiglia, gli amici e i miei insegnanti. Nomi singoli? Ugo La Malfa, Marcel Proust e…Keynes.

E concludendo, quale valore per lei è il più importante?

Ancora più difficile! L’intelligenza morale, credo.

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Categorie:Interviste

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