Pillole di Latouche

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Uno dei piccoli piaceri delle vacanze appena terminate è stata la riscoperta del giornale cartaceo: non che lo avessi dimenticato, ma nella frenesia della vita quotidiana mi limito spesso a spulciare solo i diti internet delle maggiori testate giornalistiche. Così mi è capitato a volte di leggere anche giornali che, solitamente, non leggo mai. Mi capitava, ad esempio, di leggere La Nazione, e nel quotidiano del 23 agosto, in un piccolo box, trovo una breve intervista a Serge Latouche, il famoso economista e filosofo francese, teorico della decrescita felice.

L’intervista inizia con una piccola riflessione su Papa Francesco, di quanto possa fare bene, di quanto sia positivo “…un Papa che prende più sul serio [rispetto ai precedenti] il messaggio evangelico…”. Sembra proprio che questo Papa piaccia a tutti.
Subito dopo gli viene chiesto cosa ne pensa del Movimento 5 Stelle, e qui mi pare resti un inizialmente sul vago. Afferma che sul Movimento si possono dire molte cose, ma che è stato in grado di dare una visione alternativa, conferma come alcuni punti del Movimento siano uguali a quelli teorizzati da lui nel concetto di decrescita, e infine difende il M5s dagli attacchi che subisce anche in Francia. Difesa, però, che trovo convincente a metà: prima di tutto per il parallelismo fatto fra il concetto di populismo e di fascismo (…Ritengo inaccettabile che in Francia venga costantemente bollato come populista, ovvero come fascista…) , e in seconda battuta per la legittimazione che fa del Movimento sulla base del risultato elettorale. Condanna in Cassazione a parte, è proprio la tesi che usa Berlusconi per puntellare la sua presenza sulla scena politica italiana. Ovvio che un risultato così grande legittimi una presenza politica, ci mancherebbe, ma allo stesso tempo il risultato in se non è indice obbligatorio di una buona o di una migliore e non criticabile scelta politica. In caso contrario, occorrerebbe rivedere molte valutazioni fatte nel passato.

Parla poi di come in Francia la politica estera venga seguita molto, e non solo marginalmente come in Italia, confermando come anche oltralpe si parli principalmente delle vicende di Berlusconi. Magra consolazione per la nostra tanto bistrattata stampa, accusata di parlare solo del Cavaliere. Comunque, da un Paese descritto come molto attento alle vicende di politica estera, di cui “…si parla e si scrive molto…“, ci si aspetta che la conoscenza sia pressoché totale, almeno delle maggiori vicende. Per dire, uno come Renzi che sembra quasi un panzer, dato che ogni sua mossa genera un dibattito e un’eco che si riverbera in ogni angolo d’Italia, dovrebbe esser conosciuto, almeno di nome. È uno che è difficile da non notare. Latouche, invece, dice di non sapere chi sia, “…non ne ho mai sentito parlare…“. E meno male che in Francia si parla e si scrive molto di politica estera: se lo si fa per dare spazio e risalto solo alla rocambolesca vita politica di Berlusconi, allora mi spiace ma non è proprio un parlarne in modo esteso. Anzi.

Conclude poi parlando di oligarchie mondiali, che dominano l’Italia, di Merkel che domina in Europa come braccio esecutivo dei mercati finanziari che, sorpresa, non indica in Wall Street o Francoforte, ma nella Bce, nel Fmi e nella Commissione Europea. Questi tre attori sarebbero quelli che controllano il mondo. A me sorge qualche dubbio, ma preferisco tacere.
Si conclude con la preghiera, da parte di chi conduce l’intervista, di dare qualche suggerimento per salvare l’ecosistema. Latouche risponde che la “…la devastazione non dipende dal comportamento individuale…” affermando poi che “…serve una rivoluzione culturale, un cambiamento radicale…“, e io qui mi incuriosisco: come dovrebbe avvenire questa rivoluzione culturale? Dando per scontato che non potrà essere diffusa dal cielo tipo Spirito Santo, o un cambiamento simile parte dalle persone, e cerca di risalire la scala gerarchica, oppure parte da chi comanda questa scala per poi scendere verso la base. Possiamo anche pensare che parta dal centro della scala gerarchica, per poi diffondersi da ambo i lati, ma da qualche parte deve nascere, iniziare a diffondersi. In quest’ottica, a dispetto di quanto ha detto, c’entra molto il comportamento individuale, è quasi fondamentale: citando Ghandi, “Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

L’intervista si chiude con queste frasi: “…[serve] l’abbattimento dell’oligarchia mondiale. Tutti sanno cosa si deve fare, il problema vero è che non si fa.” Anche qui sento nascermi dentro la curiosità: tutti sanno cosa si deve fare? Probabilmente io sarò stato in vacanza a lungo e non l’ho sentito, ma esattamente cosa si dovrebbe fare? Il cambiamento radicale culturale? Bene, penso anch’io che un cambiamento culturale serva, la mia domanda è: come farlo partire? Come attuarlo? Come dargli ossigeno per farlo ingrandire, espandere? Limitarsi a dire che tutti sanno cosa si deve fare, è un po’ giocare a fare il profeta. Mi si potrà dire che per ragioni di spazio nell’intervista non si è potuto essere più espliciti, e vabbeh, oppure mi si potrà rimandare alla mole di lavori pubblicati da Latouche, e qui si dovrebbe aprire l’annoso dibattito sul concetto di decrescita felice che, per me, tanto felice poi non sarà. Dibattito che rimando (eventualmente) ad un futuro post.
Non mi resta che ritrovarmi con tutte le perplessità che ho sempre avuto su Latouche e sulla sua teoria. Molti la indicano come la strada per il futuro dell’umanità, e forse avranno anche ragione, ma a me non convince affatto: dato che non sono un indovino o un veggente non posso, come fanno molti, dire con assoluta certezza che sarà l’unico modo per salvare il mondo. Io aspetto sempre qualcuno che riesca, eventualmente, a convincermi.

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Categorie:Politica

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