Le piccole evasioni di Fassina

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Sono stato in vacanza (anche per questo non scrivevo nulla: ho cercato di rilassarmi) ma nonostante tutto cercavo di seguire ciò che avveniva nel mondo e in Italia. Ogni tanto guardavo le evoluzioni di qualche evento, leggevo le dichiarazioni di qualche politico, mi incuriosivo alle uscite di qualche personaggio noto. Spesso soprassedendo alla voglia di scriverci un post, mentre alcuni me li accantonavo per il mio ritorno. Ed eccoci qua.

Credo tutti ricordiate le polemiche scatenate dalla dichiarazione di Stefano Fassina, viceministro all’Economia, che parlò di un’evasione giustificabile, comprensibile, da non considerare nella spietata caccia che il governo vorrebbe fare agli evasori.
In questo articolo apparso ad inizio agosto su Famiglia Cristiana, Fassina spiega come “l’analisi differenziata dell’evasione è condizione necessaria per un’efficace promozione della fedeltà fiscale, imprescindibile obiettivo di cittadinanza democratica”. Fin qui, nulla da ridire: è logico che si debba distinguere fra chi non paga i tributi perché non vuole farlo e chi non li paga perché non può farlo. Entrambi sono degli evasori, ma lo fanno con motivazioni differenti, e quindi i loro casi vanno trattati in maniera differente.

Proseguendo a leggere ci spiega che “Analisi differenziata vuol dire riconoscere che in Italia, come negli altri paesi dell’Europa mediterranea, esiste una evasione di sopravvivenza, ossia attività produttive che, senza una parte di fatturato occultata, perirebbero. Non si tratta soltanto di attività ufficiali o in nero di lavoro autonomo, imprenditoriale o professionale. Sono anche attività informali di lavoratori dipendenti in part-time involontario, disoccupati in Cassa integrazione, in mobilità o senza sostegno al reddito”.
Già arrivati a questo punto mi iniziano a prudere le mani. Dalla voglia di scrivere, ovviamente. Comprendo le aziende che non pagano dei tributi perché preferiscono pagare stipendi e mandare avanti la baracca (comprendo fino a un certo punto però), ma perché devo considerare evasione di sopravvivenza chi fa irregolarmente due lavori? Si vuole giustificare davvero chi lavora in nero mentre è in cassa integrazione? Per giustificare il reato di evasione, si giustifica un altro reato? Ma davvero questo di lavoro fa il viceministro, o è capitato li per caso? Fassina fa un brevissimo elenco di casi che hanno soluzioni diverse fra di loro, difficilmente accostabili, ma accomunando tutti sotto il gruppo di quanti evadono per necessità fa un papocchio ben poco chiaro. E meno male che era il responsabile economico del Partito Democratico: ci sarebbero da farsi molte domande sulla qualità e sulle capacità dei responsabili che, non molto tempo fa, furono scelti.

Indica poi anche delle soluzioni, se così possiamo dire:
“Quali? Le riforme e le politiche industriali e di welfare per rimuovere le cause della patologia: dalla riqualificazione delle pubbliche amministrazioni (inclusi i pagamenti in ritardo cronico verso le imprese) alla riduzione delle tasse sul reddito da lavoro e d’impresa grazie proprio al recupero di evasione; dal miglioramento delle infrastrutture alla riduzione dei costi dell’energia; dalla regolazione concorrenziale dei mercati dei servizi assicurativi e bancari per ridurne i prezzi alle semplificazioni fiscali e amministrative; dagli interventi per la crescita dimensionale e le reti di impresa al sostegno alla ricerca e all’innovazione per innalzare la specializzazione produttiva italiana. Fino alla previsione di strumenti di ammortizzazione sociale verso quelle attività economiche marginali che potrebbero risultare economicamente non sostenibili una volta rimosso il sostegno implicito rappresentato dall’evasione”.
A leggere tutto d’un fiato questa dichiarazione d’intenti si sentono chiaramente riecheggiare le promesse degli ultimi 20 anni, tutta roba che hanno iniziato a promettere dall’epoca di Occhetto. Promesse fatte da tutti, mantenute da nessuno, ma su cui tutti hanno sempre trovato la scusa pronta: la destra lamentando che la sinistra non l’ha aiutata a fare quelle riforme, la sinistra ribadendo che è stata troppo poco al potere per poterle fare. Uno dei tanti giochi delle parti che ha visto i due schieramenti politici dediti maggiormente all’immagine, dimenticando la sostanza.

Un solo appunto all’ultima parte, quella dove Fassina ipotizza “…strumenti di ammortizzazione sociale verso quelle attività economiche marginali che potrebbero risultare economicamente non sostenibili una volta rimosso il sostegno implicito rappresentato dall’evasione…”. Che vorrà dire? Che servirà pensare ad un sistema di contribuzione statale per supportare quelle imprese che operano in ambiti poco remunerativi? Perché, fosse questo il senso lo troverei non soltanto sbagliato, ma anche un po’ scellerato. A questo punto tanto varrebbe statalizzare quelle aree e amen, almeno lo Stato oltre ad un esborso potrebbe avere anche un minimo guadagno. Abbiamo vissuto (e ancora oggi viviamo) di aree di mercato sostenute dalla contribuzione statale, e non mi pare questo abbia giovato all’industria e alla produttività italiana. Sottolineare ancora che “Mamma Stato” sarà sempre presente per chi avrà attività economicamente marginali e non economicamente sostenibili, è roba che odora di molti decenni fa. Roba che ha già fallito da tempo.

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Categorie:Politica

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