Meno cicale, più formiche?

Pronta una nuova infornata di rilevazioni statistiche condotte da SWG sulle condizioni del nostro Paese, alcune delle quali mi hanno un pochino sorpreso. Nulla di sconvolgente, ma confrontare alcune di queste risposte con le lamentele che si sentono al bar mi ha un po’ incuriosito.

La prima rilevazione che vi propongo riguarda quello di cui si ha paura in questa fase economica:
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Comprensibile che la maggioranza tema di perdere i propri risparmi, mi ha incuriosito la terza risposta, “non riuscire a mantenere lo stesso tenore di vita”. Qui penso si dovrebbe aprire un lungo dibattito in merito agli stili di vita a cui ci eravamo abituati, spesso sopra le nostre reali opportunità. In questo senso, una “riduzione” del proprio tenore di vita è non solo possibile, ma anche auspicabile: non si tratta di abbracciare la cosiddetta decrescita, quanto di rendersi conto delle proprie effettive capacità. Un esempio banale? È assurdo diversi pagare a rate le vacanze, perché si scelgono viaggi costosi o perché non si ha abbastanza denaro per farle. I nostri genitori in passato evitavano di farle, o ridimensionavano quelle che volevano fare per dare più spazio al risparmiare denaro per altri scopi, fosse l’acquisto di una vettura o la retta universitaria di uno dei figli. Oggi invece sembra che il non andare in vacanza sia un diritti violato.

Curioso anche questo:
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Aumentano quelli che dichiarano di arrivare a fine mese in tranquillità e diminuiscono quanti affermano di arrivarci con qualche difficoltà. Merito di una più oculata gestione delle proprie spese?
Di contro aumentano quanti affermano di arrivare a fine mese con molte difficoltà, a ricordare che la situazione non è completamente in via di miglioramento.

Qui invece possiamo osservare come le persone giudicano orientato il proprio nucleo familiare, se al consumo o al risparmio:
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Possiamo osservare come il 62% si dica orientato un po’ o molto al risparmio, sconfessando un po’ quella nomea di società di consumo che ci eravamo cuciti addosso negli ultimi decenni. Anche questo potrebbe rappresentare un segnale di cambiamento?
Da osservare come ci sia un consistente 21% che dichiara di avere un reddito talmente ridotto da non poter scegliere se consumare o risparmiare. Una percentuale molto alta che ci mostra come una fetta importante della società sia in grave affanno.

Concludo con un piccolo dato. Questo:
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Un terzo degli italiani considera necessaria una rivoluzione per cambiare il Paese. Ora, le rivoluzioni “a costo zero” le trovo un po’ utopistiche, specialmente se la necessità di cambiamento è talmente profonda da incidere quasi fino alla carne viva del Paese, per questo si dovrebbe sempre ricordare che parlare di rivoluzioni implica anche parlare di scontri, persone ferite, arrestate, magari torturate, uccise. Ogni rivoluzione ha dei costi, oltre a quelli meramente materiali, che non andrebbero sottovalutati prima di ipotizzare questa scelta come una potenziale soluzione.
A meno di ricadere nel solito vizio di usare le parole con troppa leggera disinvoltura.

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Categorie:Sondaggi

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