Dieci Domande a: Michele Vargiu

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Michele Vargiu: giovane attore e autore teatrale sardo, che dopo essersi diplomato a Milano alla scuola dell’Arsenale, intraprende una brillante strada che lo sta portando ad essere una realtà artistica molto interessante.
Ha fondato insieme ad altri artisti la Compagnia dei Cardini, ha scritto sceneggiature e monologhi che hanno avuto, e hanno tutt’ora, richieste di rappresentazione da tutta Italia. Fra le tante ricordo “Appunti partigiani – Storie d’una certa Resistenza”, monologo patrocinato dall’Anpi che racconta la resistenza con onestà e senza retorica, e il recente “Delirium Vitae – La repubblica del le faremo sapere”, scritto insieme a Giulio Federico Janni, un bellissimo spaccato della realtà quotidiana del lavoro, o meglio, della ricerca di un lavoro.
Per chi volesse, questo è il suo sito:
Michele Vargiu

Iniziamo subito: come sta il teatro, ma più in generale l’arte, in Italia?

E’ una domanda che meriterebbe una risposta molto, molto articolata. Cercherò di rispondere con un esempio: l’arte, e più precisamente il teatro nel nostro paese in questo momento somiglia ad una macchina sportiva fiammante, accessoriata di tutto punto e che sarebbe pronta a vincere qualunque gara, ma che viene tenuta chiusa in garage perchè manca la benzina. Negli ultimi anni certi politicanti professionisti e altri tecnici fintamente “illuminati” hanno cercato di dar forza al messaggio che l’arte sia un bene di lusso, una cosa alla quale in tempi di crisi come questi sia facile, se non addirittura doveroso, rinunciare; quasi come un “extra”, un bene superfluo. Niente di più sbagliato. Il teatro, la musica, la danza ed ogni altra forma d’arte, performativa e non, sono un patrimonio da salvaguardare e difendere e, incredibile ma vero, una risorsa economica da non trascurare, specie per un paese come il nostro che da sempre “alleva” artisti di altissimo livello.

Siamo un Paese con un bagaglio culturale e una storia dell’arte immensa, eppure fatichiamo a dare respiro a tutto questo potenziale, e restituiamo i milioni dei fondi europei per la cultura perché inutilizzati. Per quali motivi accade?

I motivi sono purtroppo quelli che determinano il malfunzionamento di tante altre cose del nostro bel Paese: la malagestione delle risorse, l’assenza quasi totale di persone competenti nei posti di “comando” e il famigerato “magna magna” in cui da sempre siamo tristemente esperti. Ho perso il conto di tutte le volte in cui ho visto bandi di concorso “regalati” alle persone sbagliate, o fondazioni e associazioni “culturali” gestite senza un briciolo di competenza, buon senso, sensibilità. Non ho invece mai smesso di vedere ottimi professionisti annaspare per il veder riconosciuti i propri meriti. Fortunatamente ci sono delle splendide eccezioni, ma sembrano non bastare mai!

Come nascono le idee per i tuoi monologhi?

Ogni mio spettacolo ha avuto un concepimento e un periodo di “gestazione” sempre diverso; in generale cerco sempre di trattare argomenti che stuzzichino il mio interesse e che possano arrivare agli altri senza finzioni o camuffamenti; sono per un teatro che porti lo spettatore a porsi delle domande, a riconoscersi in qualcosa; sono per uno spettacolo che non debba mai limitarsi all’essere “guardato”, ma vissuto, “consumato”. Per questo scelgo spesso argomenti di attualità. Mi piace scrivere e parlare delle nostre piaghe moderne, di quello che non va e anche di quello che va e che proprio per questo va salvato e tenuto in considerazione durante i nostri periodi bui. Scelgo un teatro di parola, di racconto, che non ha bisogno nè di scenografie e nè di costumi. Tutto si basa sul ritmo, sull’affabulazione, sulla presenza dell’attore in scena e, naturalmente, sui contenuto della storia che si sceglie di raccontare. Un’altra “molla” che spinge il processo di creazione dei miei monologhi è la mia passione per la storia; grazie a quella ho scritto “Appunti Partigiani”, che è il testo che porto in giro da più tempo, dove racconto l’Italia degli anni che vanno dal 43 al 46. Senza retorica, senza faziosità “pesante”, ma solo basandomi su un racconto che mischia la realtà di quegli anni con fantasie e suggestioni tipiche del teatro.

Alcuni tuoi testi sono diventati dei radiodrammi: com’è stata l’esperienza, pensi di ripeterla?

Si tratta di “Precarietà”, quattro racconti sul lavoro precario, dei testi che ho scritto poco meno di due anni fa. E’ stata un’esperienza bellissima, anche perchè è cresciuta in maniera del tutto inaspettata. Dai testi, in principio pubblicati sul mio blog, mi è stato proposto di creare degli audioracconti, che sono andati in onda in radio poco tempo dopo. E’ stata un’esperienza che mi ha entusiasmato moltissimo e mi ha permesso di avvicinarmi a tante splendide persone, sentendo le loro storie, raccogliendo il loro vissuto, che conservo gelosamente. La ripeterò sicuramente, spero in tempi brevi, visto che sto lavorando ad un progetto in tal senso.

Quali sono i progetti che hai in cantiere per il futuro?

Tra le cose più a breve termine ci sono sicuramente la ripresa della tournée di “Delirium Vitae”, il mio ultimo spettacolo scritto a quattro mani con Giulio Federico Janni, e la ripresa in primavera di “Appunti Partigiani”. Poi a Febbraio comincero’ le prove di “Molto Rumore per Nulla” di William Shakespeare insieme ai ragazzi della mia compagnia. Sto inoltre terminando la scrittura di sette monologhi per donne, che racchiuderò in una raccolta intitolata “Sette Donne Sole”, che spero possano diventare dei piccoli radiodrammi, interpretati da sette attrici diverse. Infine, verso l’estate, riprenderò a girare con “Coppia Aperta Quasi Spalancata” di Dario Fo e Franca Rame, insieme a Lisa Moras, bravissima attrice e regista. Ah, e poi, se rimane tempo, dovrei scrivere il nuovo monologo per la prossima stagione! Ma è ancora presto per sbilanciarsi…

Piccola curiosità: ma se non fossi diventato quello che sei, cosa avresti voluto essere?

Oh, non ne ho la più pallida idea! Da bambino non ero molto originale; volevo fare il pompiere. Poi l’avvocato e poi il musicista. In realtà penso che se dovessi scegliere un lavoro alternativo a questo, svolgerei una professione nel sociale, a contatto con le persone. Certamente farei di tutto per non rinchiudermi in un ufficio. E’ un’esperienza che ho provato per un brevissimo periodo e non fa decisamente per me.

Visto il periodo, tocca anche la domanda di politica: cosa salvi e cosa condanni della politica italiana?

Amo la politica, è una cosa che mi fa e mi ha sempre fatto sentire vivo e utile. Purtroppo in questi ultimi tempi se ne sentono di tutti i colori e servirebbe un grande cambiamento sotto tutti i punti di vista; per di più mi sento spaesato e non rappresentato da nessun partito; sarei di sinistra, se solo ne vedessi una! Scherzi a parte, salvo tutti coloro che credono ancora che la politica serva a qualcosa. Tutti quelli che credono che la politica possa anche essere fatta con onestà e con un vero obiettivo comune. Condanno invece tutte le classi politiche che si sono alternate in questi ultimi vent’anni o più, senza grosse distinzioni fra destra, sinistra, un pò più in là, sotto o sopra! E condanno anche il disfattismo di tanti miei connazionali che troppo spesso fanno di tutta l’erba un fascio. E soprattutto, condanno la nostra più grande malattia: la mancanza di buona memoria. Siamo un paese che dimentica in fretta, troppo in fretta, e senza memoria si rischia di cadere sempre negli stessi errori…

Ognuno di noi è molto legato al posto dove nasce, e cresce. Per te quanto è stato difficile trasferirti dalla Sardegna?

Il distacco in realtà è stato piuttosto “dolce”, anche perchè avevo vent’anni e una gran voglia di andare con le mie gambe, di vedere il mondo. E poi lasciavo la mia terra per andare a studiare teatro, che era quello che ho sempre voluto. La nostalgia della Sardegna si è fatta sentire col tempo, a tradimento, colpendomi quasi alle spalle; ma è una nostalgia che cerco di tenere a bada, anche perchè la mia terra ha lasciato in me dei segni, dei ricordi e delle immagini profondissime. Anzi, non nego che spesso cerco di restituire queste immagini, queste suggestioni, attraverso le parole delle storie che racconto. E’ un patrimonio dal quale non voglio separarmi per nessuna ragione al mondo.

E ora le due domande finali: quali sono i tre personaggi, o persone, che hanno segnato la tua vita?

Il primo è mio padre, che in maniera del tutto inconsapevole, raccontandomi storie e favolette improvvisate quando ero bambino e la domenica mattina andavo a trovarlo nel lettone, mi ha fatto scoprire la bellezza e la potenza della parola. Ricordo ancora perfettamente favole, filastrocche e giochi di parole che riempivano quelle prime ore del mattino. E credo che seppur in minima parte abbiano avuto un ruolo determinante nel Michele di adesso.

Il secondo è Marco Paolini, un attore che ammiro moltissimo e che non ha certamente bisogno di presentazioni. Rimasi stregato quando, avevo nove o dieci anni, lo vidi per la prima volta in “Vajont”. Da allora non ho mai smesso di seguirlo, di scoprire la sua poetica e il suo modo di fare teatro. Tutt’ora non perdo occasione per vederlo, salutarlo e ringraziarlo alla fine di ogni spettacolo.Insieme a lui poi dovrei metterci anche DeAndrè, Fo, Gaber, Guccini, Bene, Eduardo… ma non c’è posto, accidenti!

Al terzo posto non saprei chi metterci (temo violentissime rappresaglie, e questa cosa della top three è di una cattiveria tremenda!), quindi ci metto, a pari merito, tutte quelle persone, quei personaggi e anche quelle cose che, in un modo o nell’altro, hanno saputo raccontarmi qualcosa. Non necessariamente con la propria voce.

Quale valore per te è il più importante?

L’onestà. In ogni situazione, di fronte a chiunque, chiunque io sia.

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Categorie:Interviste

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